Qui i giocatori di The Miracle lasciano imprese, poesie, narrare eventi e grandi avventure avvenute e in svolgimento su Ardania. Linguaggio strettamente ruolistico.

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BY Michael604
#5618
Il Giuramento

Parte III


Non farti cullare dai simboli e dal loro significato,
tieni alta sempre la fiamma!
Che il volere di questa Terra ha per te designato!
Le parole non hanno peso e si perdono nel vento,
quello che rimane sono le orme e cicatrici
e il sangue come nutrimento.
Ma; non sei l'unico che questa Terra vuole calcare
con forza troll e orchi, e discendenti dei Sei padri, lottano!
Ma Essa non ha favoriti, ricorda! Sei tu, che il tuo posto tra essi,
ti devi guadagnare.
Questa è la Terra del Ghiaccio stridente: di neve e sangue si plasma!
Di una lotta antica e furente è la figlia! E tu...il suo discendente.



Il giovane cavallo sbuffava agitato, calpestando la neve sotto di lui.
A pochi metri di distanza una figura ingobbita sembrava non prestargli molta attenzione. Controllando attentamente il terreno.
Alzò appena il suo sguardo, scrutando la macchia di bassi arbusti e alberi coperti di neve.
Il suo respiro era calmo e il suo sguardo, attento e vigile, brillava di una luce famelica e primordiale.

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Prese con forza le briglie, montando agilmente in sella. Poi, con un deciso colpo di tacco, spronò il suo cavallo ad avanzare.
Fece pochi metri prima di fermarsi nuovamente, allarmato da un lungo e basso sibilo e il muoversi sinuoso di scaglie color ghiaccio.
Cinque teste si agitavano nell'aria, come rami sospinti da un freddo e leggero vento. Il loro occhi da rettile scrutavano in ogni direzione, cercando avidamente una nuova preda.
Sorrise appena dietro la sua maschera in osso bianco, pregustando già un degno scontro.

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Le frecce volavano rapide nell'aria fredda della sera, conficcandosi con forza nelle dure scaglie dell'idra.
La bestia lottava e scivolava veloce sul terreno nevoso; come ghiaccio animato pronto a intrappolare nelle sue spire chi osava sfidarla nella sua terra.
Lo scontro durò a lungo ma anche questa volta il giovane cacciatore riuscì a conquistarsi la sua preda.
Scese da cavallo, dopo essersi accertato che non vi fosse più vita in quell'ammasso immobile di scaglie e sangue.
Posò a terra un piccolo catino che riempì in parte, subito dopo.

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La sera avanzava lentamente, allungando le grandi ombre delle montagne e dei picchi della Baronia.
Einar riprese il suo cammino verso est; la sua prossima preda lo attendeva, e a differenza delle Bestie che abitano la Baronia era furba e pericolosa.
Non solo Helcaraxe e i suoi guerrieri abitavano la baronia, cercando di imporre le loro leggi.
Anche il Clan Bergtatt poteva vantare tra le sue file ottimi combattenti, induriti e plasmati dalla durezza di quelle Terre.
Una preda più che degna per il giovane cacciatore, che a differenza di molti nell'isola, non aveva particolari rancori con quel Clan; rispettandone la forza e la tenacia. Forse perché come lui, anche loro cercavano di ritagliarsi un proprio posto nelle terre ghiacciate.

Si spostò poco fuori Hulborg sperando di interecettare un piccolo gruppo di ricognitori.
Odal gli fu propizia perché non dovette faticare molto nel cercare le loro tracce.

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Lo scontro fu combattuto. La corazza spessa e la fiamma della Berserkergangr, che alimentava la foga combattiva del suo avversario, resero il combattimento lungo e studiato.
Ma alla fine le frecce del giovane cacciatore ferirono mortalmente il guerriero che si accasciò a terra sanguinando copiosamente.
Einar lo osservò per alcuni attimi, annuendo appena, e omaggiando a suo modo il coraggio e l'abilità dimostrata dal suo avversario.
Poi con fare quasi cerimonioso, prese il piccolo catino e lo riempì del nuovo sangue.

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Rimaneva ancora una preda che voleva cacciare, per sancire un patto sentito e profondo con quella Terra.
Arrivò alle alte porte che separano il budello dell'orco con le terre bella Baronia. Imponenete baluardo costruito per impedire agli orchi di compiere razzie nelle fredde terre innevate.

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Si guardò attorno per alcuni attimi, tornando con la mente a molti anni fa, quando nei pressi di quella stessa porta lui e suo padre si erano accampati in cerca di riparo dalla tormenta.
Sembrava un ricordo lontano, quasi un miraggio. Ripensare a quei momenti di foga e lotta; quel lungo ululato nella notte ancora lo facevano rabbrividire, ma molti passi aveva compiuto nel suo sentiero da quella tragica sera.
Scivolò come un ombra nel tortuoso e angusto passo chiamato "il budello dell'orco" che collegava le terre degli orchi con il Nord.

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Si sbarazzò di alcuni ricognitori, prendendo un po' del loro sangue. Tuttavia vi era una preda con cui desiderava ardentemente confrontarsi.
Cavalieri orcheschi in groppa a grandi lupi neri; lance, zanne e artigli pronti a braccare a ad assalire chiunque osasse mettere piede nel loro territorio.

Uno di loro puntò il giovane cacciatore: iniziando cosi una lotta, molto simile ad un balletto, tra colpi di lancia e pugnali, finte ritirate e inseguimenti nella foresta.
Einar riuscì a disarcionare l'orco concentrando poi i suoi colpi verso il grande lupo nero, che infine cadde a terra privo di vita.
Il guerriero orchesco, vedendosi da solo e ferito, si ritirò verso i suoi compagni poco lontano.
Il giovane cacciatore lo lasciò andare, concentrando la sua attenzione sulla massa nera di sangue e pelliccia.
Raccolse anche il suo sangue, non nascondendo una certa soddisfazione nel conficcare le sue armi nelle carni di quelle creature.

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Alzò il suo sguardo poi verso la foresta, ascoltando i grugniti e le voci roche degli orchi che si allarmavano e accendevano per la presenza di un estraneo nella loro terra.
Non fu facile aprirsi la strada tra gli orchi; alcuni di loro poi, sembravano particolarmente furbi cercando di non allontanarsi troppo dai propri compagni, il chè per una specie cosi fortemente legata all'istinto di battaglia suonava strana e nuova per Einar.
Alla fine però, riuscì a raggiungere la preda designata. La allontanò dai suoi compagni e con colpi precisi e letali lo ferì mortalmente.
il guerriero orco infine cadde privo di vita, mentre il suo sangue rosso e denso ricopriva la nuda terra.

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Fece un lungo sospiro, rilassando i muscoli tesi per lo scontro.
Il suo percorso stava per terminare; mancava ancora una cosa però da compiere.
La sagoma del frassino bianco si stagliava nella sua mente, ondeggiando appena i suoi rami al vento.
La sua figura lo sovrastava facendolo sentire piccolo e insignificante.
La neve gli cadeva tutt'attorno mentre un freddo vento lo avvolgeva. Ai suoi piedi le radici del sacro albero erano protese come mani, avide di ricevere il dono che gli spettava.
Presto, avrebbe compiuto un'altro importante passo nel suo percorso: che lo avrebbe legato a quella Terra, più di qualsiasi mantello o giuramento.
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BY Michael604
#6177
Il Giuramento

Parte IV



"Sottofondo"


Guardami Jurth!...Guardami Yggdrasil...Guardatemi Dei...
Fratelli e sorelle dei ghiacci!
Il ghiaccio ci ghermisce con la sua morsa, il vento scava la dura roccia,
ululando la sua furia nei fiordi.
La neve rallenta i nostri passi, mentre creature nella notte minacciano la nostra sopravvivenza...
ma noi siamo ancora qui, a lasciare le nostre orme.


Le possenti zampe del purosangue nordico calpestavano il sentiero di terra battuta e neve, che si districava sul fianco delle alte montagne grigie. Una figura appena ricurva sulla sua groppa era avvolta da un pesante mantello in pelliccia.
Con il suo sguardo osservava distrattamente il cielo, che andava sempre più ad oscurarsi.
Piccoli puntini di luce cominciavano a riempire quel mare nero, con la luce di Nùt che però brillava fiocamente.
Il sentiero portava ad alcune grotte. Scavate con tenacia nella dura roccia. Alla fine di quel percorso si trovava il traghetto per l’isola di Helcaraxe.

La nave scivolava sulle acque scure. Le vele erano gonfie per il vento, con le corde che scricchiolavano per la tensione.
Sul vicino parapetto era appoggiato Einar che osservava distrattamente i contorni scuri dell’isola davanti a lui.
Le forme spigolose le donavano una forma sgraziata, puntellata qua e là da piccole luci.
Avvolta da basse nebbie, il rumore delle onde che si infrangevano sugli scogli sembravano un basso ringhio di una creatura colossale e primordiale, che silente riposava sotto la fioca luce della luna.

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Scese dal traghetto imboccando la strada che portava verso la piazza della città.
Poco più avanti trovò tre figure intorno ad un falò, che discutevano degli ultimi avvenimenti.
Erano i suoi nuovi fratelli, del sept Isvargr.
I loro copricapi di lupo erano inconfondibili; là dove regnava l'orso bianco cercavano con forza e onore di ritagliarsi il proprio posto.
Einar sorrise appena non nascondendo una certa agitazione interiore.
Il passo che voleva compiere quella sera era per lui importante e solenne.

Chiese ai tre di accompagnare i suoi passi fino ai piedi dell’Yggdrasil, promettendo loro di spiegargli il motivo di una tale richiesta.

Cavalcarono verso nord seguendo la costa, ormai brutalmente rovinata dal continuo scroscio delle onde sulla dura terra.
Si dovettero aprire la strada combattendo contro i troll della tribù dei teschi rossi, gli stessi teschi rossi che affrontarono i primi clan, quando sbarcarono per la prima volta su quell’isola.
L’Eidar era il giuramento, un percorso che ogni aspirante turas doveva affrontare, per ottenere il manto scarlatto: Ripercorrendo così quelle che furono le gesta e le battaglie che diedero forma e fondamenta alla comunità e città di Helcaraxe.

Arrivarono fino ai piedi di un promontorio, sulla cui sommità svettava alto e imponente il sacro Frassino.
I suoi rami erano scheletrici e si perdevano nel cielo ormai buio.
La luce della luna, illuminava debolmente il grande spiazzo ai piedi dell’Yggdrasil, ma i dettagli delle figure si perdevano nell’oscurità; come ombre o fantasmi che si aggirano ancora sulla terra, inquiete e dannate.

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Salirono il piccolo sentiero che portava fino ai piedi del sacro Frassino. Le sue radici uscivano appena dal terreno come dita di una mano scheletrica.
Il tronco era spesso e rovinato dal continuo logorio degli elementi con grandi rami che si districavano verso il cielo come a volerlo sorreggere.
La sua figura incuteva timore e reverenza; vera e tangibile manifestazione di Jurth in quelle Terre.

Einar poggiò a terra una pesante sacca in cuoio, che conteneva i trofei e i resti delle prede a cui aveva dato la caccia giorni prima.
Osservò per alcuni istanti meditabondo il sacro Frassino, poi voltandosi verso i suoi fratelli cominciò a parlare. La sua voce era calma e decisa, e le sue parole venivano trasportate dal vento freddo che soffiava impetuoso nell’estremo nord dell’isola.

Vi ho portato qui perché è tempo, per me, di recitare un giuramento. Forse non solenne quanto quello pronunciato dagli aspiranti Turas davanti agli Jarl, ma per me altrettanto importante e solenne.
Kurdan e i primi clan dovettero sudarsi con fatica e sangue il loro posto qui.
Questa Terra non regala nulla e il proprio posto va preso e conquistato.
Ho passato gli scorsi giorni a cacciare per tutta l’isola e la baronia, braccando quelle che ritenevo fossero prede degne.
Ho preso i loro resti e il loro sangue, ma non come trofeo per vantarmi, ma per stringere un legame ben preciso con questa terra.

Poggiò a terra il catino pieno di liquido rosso scuro e il suo odore penetrante riempì l’aria.
Prese con calma un pugnale dalla sua sacca, sfilandosi uno dei suoi guanti d’arme.
Lasciò scivolare la lama sul palmo della mano e facendo cadere alcune gocce del suo sangue all’interno del catino.

Tuttavia... manca ancora un pezzo importante in questo rito.
Vi chiedo fratelli di concedermi un po’ del vostro sangue affinché il legame con questa terra sia ancora più forte.

I tre Isvargr annuirono con decisione alle sue parole. Presero il pugnale e, a turno guardando il giovane cacciatore negli occhi, emularono il suo gesto.
I suoi fratelli condividevano con lui quel passo. Supportandolo con qualcosa di molto prezioso:
Il loro sangue.

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Lo sguardo di Einar si posò sul catino ricolmo di sangue. Prese con cura il suo copricapo di lupo e non senza una certa emozione lo intinse completamente.
Ancora grondante di sangue lo indossò, con alcune gocce che gli ricadevano sul viso.
Alzò il suo sguardo e pronunciò con forza il suo giuramento:

Guardami Jurth!...Guardami Yggdrasil...Guardatemi Dei...Fratelli e sorelle dei ghiacci!
Il ghiaccio ci ghermisce con la sua morsa, il vento scava la dura roccia, ululando la sua furia nei fiordi.
La neve rallenta i nostri passi, mentre creature nella notte minacciano la nostra sopravvivenza...ma noi siamo ancora qui, a lasciare le nostre orme.

Il sangue della preda e quello del cacciatore uniti nel Livmor.

L’equilibrio nasce dalla lotta, la lotta...dalla sopravvivenza.
Ho conquistato il mio diritto alla vita!
Con Sangue e sudore me lo sono guadagnato!

Questo è il mio giuramento…
Impegnarmi nella lotta, lasciarmi indurire dal violento tocco del ghiaccio e del freddo!
Cacciare prede e nemici degni.
Difendere l’equilibrio di questa Terra.
Essere ghiaccio che avvolge tutto il Nord.

Che il mio sangue:
Scorra copioso durante la battaglia insieme a quello dei nostri nemici!
Che sia il prezzo da pagare per la vita.
Che sia forza, con cicatrici a testimonianza
Che sia fuoco...alimentando il mio spirito.
Che esso possa dissetare questa fredda terra.
Che sia linfa per L’Yggdrasil.
Che ricopra ora! Insieme a quello dei nostri nemici, il mio copricapo!
A testimonianza di questo giuramento.

Le sue parole si persero nel vento, che soffiava impetuoso.
Lì in quel luogo, ai piedi dell’Yggdrasil, con testimoni i suoi nuovi fratelli, Einar pronunciò il suo legame e giuramento a tutto il Nord.
La stessa Jurth lo aveva udito.
Finalmente il suo percorso, il suo urval personale, era concluso.
Non aveva scelto di portare sulle sue spalle il mantello di Kurdan perché voleva un legame più profondo e completo con quella Terra. Non solo agli jarl o alle genti di Helcaraxe, ma a tutto il nord.
Tuttavia avrebbe da ora in avanti portato con lo stesso orgoglio e determinazione quel copricapo bagnato di sangue. A testimonianza e monito di quel giuramento.
Alla fine, dopo tanto tempo, era riuscito a diventare…
Duro ghiaccio.


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BY Michael604
#6441
Il Corvo


I fiocchi di neve cadevano lentamente dal cielo grigio e nuvoloso.
Gli alti picchi innevati erano coperti dalle coltri di nuvole, con la nebbia che scendeva verso le valli sinuosa e terribile, celando e distorcendo forme e suoni.
L’aria fredda era opprimente e silenziosa, con il solo rumore del vento a sibilare minaccioso.
La neve fresca rallentava il passo, imponendo un leggero sforzo per essere superata; un mare bianco candido che nascondeva nella sua purezza una mortale morsa.

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Einar imprecò appena, cercando di seguire le tracce fresche di un grande cervo, che a quanto pareva si muoveva più facilmente e agilmente di lui. Libero dal pesante fardello degli abiti in pelliccia e dalle armi per cacciare che rallentavano invece il passo del cacciatore.
Sospirò rumorosamente, guardandosi attorno per riprendendo fiato e cercando attentamente qualche segno della sua preda.
Era guardingo ma l’aria pesante e la nebbia rendevano difficile distinguere i suoni e i movimenti furtivi delle creature della Baronia.
Tutto sembrava immobile, quasi surreale.
Poi, un suono attirò la sua attenzione.
Il rauco gracchiare di un corvo, o così sembrava ad Einar che si irrigidì, mettendo tutti i suoi sensi in allerta.
Passarono pochi secondi e poi riudì quel verso.
Non era raro trovare quelle creature volteggiare nei cieli della Baronia. Avidi di banchettare con i resti di qualche creatura. Sapevano essere pazienti; attendendo il momento in cui affondare il loro nero becco nelle carni e ossa spezzate, per arrivare al prezioso midollo.

Il cacciatore cercò di dirigersi verso la fonte del verso. Sembrava provenire poco più avanti rispetto a dove si trovava, anche se era difficile dirlo con certezza, con i suoni così ovattati.
Avanzò cauto ascoltando attentamente ogni possibile rumore.

Forse ha trovato i resti di qualche creatura...forse il cervo che sto cacciando...
Anche se qualcos’altro mi ha preceduto, non è detto che me ne debba tornare a mani vuote al Picco.

Disse tra sé, stringendo la sua arma con decisione mentre un flebile sorriso malizioso gli solcava il volto.

Arrivò al limitare di un piccolo spiazzo aperto nella fitta boscaglia. La luce pallida si rifletteva debolmente nella neve bianca. L’unica stonatura era un grande masso di roccia grigia quasi al suo centro.
Si fermò alcuni istanti per controllare bene la zona, con ogni suo senso in allerta.
Dalla sua posizione riusciva a vedere bene l’enorme spiazzo, ma per quanto si sforzasse non percepiva la presenza di creature nei paraggi.
Avanzò cauto, uscendo allo scoperto e stringendo con forza l’arma in mano, pronto ad ogni evenienza.

Si fermò quasi al centro attirato dall’enorme masso che spiccava immobile.
Sulla sua sommità altrettanto immobile e quasi perfettamente mimetizzato vi era un grande corvo nero.
Le sue lunghe piume rilucevano debolmente e controluce ad ogni suo piccolo movimento, tingendosi di tonalità strane e ipnotiche: dal viola scuro al grigio intenso per poi tornare al nero simile alle notti più buie.
Il suo occhio osservava attentamente la figura del cacciatore, per nulla intimorito dalla sua presenza.
Einar lo osservò ammirato, quasi dimenticando il motivo per cui si trovava lì, in quelle fredde terre a cacciare.
Si scosse appena mentre il corvo spiccò un piccolo balzo per poi prendere il volo e planare dolcemente su un ramo al limitare della foresta.
SI voltò verso il cacciatore: con naturalezza emise ancora il suo verso e rimase quasi in attesa di una reazione da parte di Einar.

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Un’espressione mista tra la confusione e la curiosità prese forma nel volto di Einar.
Si domandava perché dare così tanta attenzione ad un semplice corvo, ma la curiosità ebbe la meglio; conscio che spesso la curiosità in quelle terre, portava ad una fine prematura e violenta.

Arrivò ai piedi del grande albero, su cui ramo leggermente piegato per il peso, era appoggiato il grande corvo.
Si guardò attorno sempre mantenendo i suoi sensi in allerta, ma non notava nulla di insolito nei dintorni. Solo la foresta immobile e silenziosa. E quella macchia nera... appollaiata sopra di lui.

Bha speravo mi portassi verso qualche carcassa e qualche predatore da stanare...Ma vedo che qui non c’è molto...a parte te! Che te ne stai bellamente appollaiato lì sopra. Se speri di banchettare con i miei resti ti è andata male. Se mi vuoi, sarà meglio che ti fai sbucare qualche lama da quelle ali e che diventi dieci volte più grande!

Borbottò tra sé rassegnato ormai a tornare sui suoi passi e a mani vuote, verso il Picco.
Il corvo nero lo osservò con il suo occhio. Era bianco come la neve e al centro la pupilla risaltava di un nero intenso, indizio di intelligenza e mistero.
Gracchiò rumorosamente attirando nuovamente l’attenzione su di sé.
Einar si voltò appena, scrutando l’animale balzare dal ramo verso il terreno poco più avanti, e lì, becchettare curiosamente con il suo nero becco il terreno, voltandosi poi nuovamente verso il cacciatore.
Aspettò alcuni istanti, poi volò verso un vicino ramo come in attesa.

Non trattenendo la sua curiosità Einar avanzò, controllando il terreno poco più avanti.
Il suo sorriso bonario si spense quando, osservando con più attenzione notò delle tracce fresche sul terreno, che a giudicare dalla profondità e ampiezza appartenevano ad un grosso cervo. Lo stesso che pochi attimi prima stava cercando di seguire e che, a causa della neve e il terreno difficile, aveva perso.
Alzò il suo sguardo incredulo verso il corvo che, con un’altro dei suoi versi rauchi e striduli, planò sopra la sua testa per poi volare alto nel cielo e perdersi, infine, nella coltre di nebbia che ricopriva ancora la Baronia.

Lo sguardo del cacciatore seguì i suoi movimenti, mentre nella sua testa piena di tradizioni e superstizioni del popolo nord, prendevano forma pensieri e possibili spiegazioni.
Infine, le sue labbra si mossero piano, mormorando debolmente solo una parola:

Jurth...
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BY Michael604
#7431
Ombre nel Bosco

La luce del giorno era fredda e grigia,donando alle valli della Baronia un’aria onirica e fuori dal tempo.
Suoni e ombre si muovevano furtivi tra le nere forme nodose degli alberi, piegati dal peso della neve e del freddo; lottando avidamente anche per quella poca e debole luce che Aguardar donava loro.
Il freddo ghermiva come sempre quella terra con la sua mortale morsa, rendendo gli spostamenti difficili e pericolosi. Ma poteva anche diventare un prezioso alleato, per chi sapeva come sfruttare quella terra a proprio vantaggio.

Einar camminava sotto un tetto di rami nodosi e spogli, così fitti tra loro da comporre quasi una maglia stretta, dove solo pochi raggi del sole filtravano nel sottobosco.
I rumori dei suoi passi nella neve e il suo respiro erano i soli suoni che rompevano il silenzio.
Si guardava attorno con occhi attenti cercando di percepire il minimo movimento e rumore.
Si muoveva come un’ombra cercando di lasciare meno tracce possibili perché sulle sue spalle portava un giovane cervo appena cacciato.

Sapeva che l’odore del sangue poteva attirare altre creature, pronte a sfruttare quel momento per banchettare non con una, ma con ben due prede fresche; un dono gradito e raro in quelle terre.
Mentre camminava si fermò di colpo, attirato da un suono gracchiante e sgraziato.
Si guardò attorno come una preda braccata. I muscoli tesi e il respiro pesante, il suo istinto lo teneva vigile e pronto ad un possibile scontro.
Il suono proveniva da un punto indefinito della foresta; un mare di luce pallida e ombre sgraziate che si fondevano tra di loro.

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Il suo istinto lo spingeva ad andarsene, tuttavia qualcosa dentro di lui, molto più forte e pressante lo spinsero a camminare verso la direzione di quel suono.
Un misto di curiosità e di un “volere” più grande di lui muovevano i suoi passi verso quella che poteva essere la sua tomba.

Il gracchiare di quello che era ormai il verso di un corvo lo rapiva completamente, spingendolo a seguire la fonte di quel richiamo.
Si sentiva strano ed osservato, ma non percepiva un pericolo attorno a sé, e per quanto si sforzasse non notava nessun movimento nella foresta. Tutto sembrava immobile e silenzioso.

La sua attenzione fu attirata da una nera figura che si spostava sopra di lui, emettendo il suo ormai caratteristico verso.
Alzò la testa per osservare il corvo, che volteggiò sopra di lui per alcuni istanti, per poi dirigersi verso ovest.

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Avanzò cauto e silenzioso, sistemando la preda alle sue spalle, in modo tale che non gli fosse d’ostacolo nell’avanzata.
Sbucò, poco dopo e quasi con sorpresa, in un piccolo sentiero. Non era molto battuto e si potevano notare vari ostacoli. Tuttavia, qui la luce pallida del sole poteva filtrare dai rami nodosi con più intensità.
Il gracchiare del corvo sembrava lontano, quasi irreale ma lo spinse ancora più a ovest, seguendo il nuovo sentiero.
L’aria si fece più fredda e immobile, e la sensazione di essere osservato si amplificò.
La foresta piombò nel silenzio quasi totale. Nessun suono sembrava capace di rompere quel silenzio, così minaccioso e irreale.
Poi, l’attenzione di Einar fu catturata da un suono poco lontano alle sue spalle. Questa volta non sembrava il verso di un animale o di un corvo, bensì il rumore di numerosi zoccoli che cavalcavano nella neve fresca.
Il suono sembrava avvicinarsi ma nell’oscurità della foresta nulla si muoveva.
Einar si irrigidì, lanciando la preda a terra oltre il sentiero. Poi si gettò quasi istintivamente verso un riparo per nascondersi, stringendo la sua arma.
Il riparo che aveva scelto, un grosso albero caduto, era ottimo permettendogli di controllare il sentiero davanti a sé senza essere visto.
Si acquattò come un predatore, pronto a lanciarsi sulla preda e attese con i muscoli tesi e pronti allo scontro.

Quello che successe poi, lo colpì più di una freccia o la punta di una lama, perché dal sentiero sbucarono alcuni cavalieri accompagnati da altre figure appiedate.
Le loro voci erano strane ed esotiche, e squillarono eccitate, rimbombando in tutta la foresta.
Portavano copricapi a forma di lupo e stringevano lance e archi.
Le loro forme erano esili ma scattanti, muovendosi con disinvoltura e maestria nonostante il sentiero impervio.
Quello che colpì Einar però, erano i loro lineamenti:
Erano Alvar!

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Lo superarono come una valanga, procedendo verso est.

Cosa diamine ci fanno gli Alvar qui! Nella Baronia?
Sembrano a caccia...forse una razzia nelle nostre Terre?
Ora anche gli elfi si permettono di calcare le nostre freddi terre?!
Devo scoprirne di più…


Ruggì e imprecò sommessamente attendendo che il rumore del gruppo si allontanasse verso est, per poi mettersi sulle loro tracce.
Ora più che mai doveva stare in allerta e attento. Doveva scoprire perché un gruppo di Alvar si fosse spinto così tanto a Nord delle terre umane.
Non fu difficile seguire le tracce lasciate a terra dagli elfi: in più le loro grida di guerra riempivano l’aria fredda della Baronia, come a sfidare e a sbeffeggiare il dominio del nord.

Poi, di colpo il rumore cessò preceduto dal suono di numerosi ululati.
La foresta ripiombò nel silenzio e nell’immobilità; come dopo un temporale estivo che sfogata la propria furia, lascia poi il suo posto alla leggera brezza del vento, con lontani e ormai passati, borbottii.

Einar avanzò ancora più lentamente, sfruttando ogni possibile riparo per celare la sua presenza fino ad arrivare al limitare di un piccolo spiazzo privo di alberi.
Si sporse appena per vedere meglio e notò che il gruppo di elfi si era fermato, posizionandosi a semicerchio attorno ad una particolare figura.
Nella sua testa svettava un copricapo a forma di cervo e teneva in mano una rozza lancia da caccia.
Le sue mani, sporche di sangue, stringevano una rozza coppa di legno che sgocciolava il liquido rossastro a terra, dove ai suoi piedi vi era un’enorme carcassa di un cervo maschio.
Gli altri membri del gruppo, con i copricapi di lupo ad ornare le loro teste erano fermi ad osservare, con aria solenne e paziente.

Einar osservava rapito quella scena quasi senza fiato, mentre nella sua testa vorticavano mille pensieri e domande.
La strana figura con il copricapo di cervo, si voltò lentamente verso Einar bloccandolo con il suo sguardo.
Il giovane cacciatore poteva sentire su di lui i suoi occhi, che gli bloccavano ogni muscolo del corpo impedendogli di scappare.
Alle spalle della figura con il copricapo di cervo ne prese forma un’altra, più bassa e indefinita ma che avanzava lentamente verso il giovane cacciatore.
Il suo viso era famelico e la sua pelliccia era rossa come il fuoco, lo stesso fuoco che alimentava il suo sguardo così innaturale e insondabile.
Un violento brivido di terrore scosse Einar che, per quanto ogni fibra del suo corpo gli intimasse di scappare, non riusciva a muoversi.

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Last edited by Michael604 on Sun Jan 12, 2020 8:58 am, edited 2 times in total.
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BY Michael604
#8267
Verso ovest


Soffiava un vento gelido da nord, che ingrossava le onde del nero mare poco lontano.
Alte e luminose stelle facevano da corona ad una pallida Nùt alta nel cielo; solenne e solitaria regina della notte.
Le parole del Gael Cartis si perdevano nell’aria, mentre lo sguardo dei presenti lo osservavano. Curiosi e infreddoliti dal clima inclemente.
Sopra di lui, alto e maestoso troneggiava la scheletrica figura dell’Yggdrasil.
Con il suo tronco bianco, indurito e plasmato dagli elementi del nord, estendeva i suoi rami verso il cielo e le sue radici in profondità nella dura terra.
Einar ascoltava distrattamente le parole del Gael, immerso in cupi e incerti pensieri.
Nella sua mente suonavano ancora forti le parole dello Jarl nero, che molti mesi prima tramite la lettura delle rune, lo aveva aiutato a tracciare quello che sentiva fosse il cammino che lo attendeva:


Ansuz è la runa del gufo. Animale che vede di notte, che esplora e cerca ed è legata al tasso, il grande albero della rinascita.
Raido è la runa della trota. Legata all'edera
La runa del viaggio e dell'esplorazione senza meta.
L'ultima é Fehu, che le lega assieme. Essa indica ricchezza, ma non per forza materiale.
Ma la ricchezza dell'anima.

Quindi credo ci sia una correlazione che le lega tutte e tre. Ma ricorda; Il viaggio ha un inizio ed una fine.
Cosi come ha un luogo che si lascia, e un luogo dove si arriva.
Ricorda anche che quando cammini devi avere occhi solo per la tua meta; se continui a guardarti indietro non farai mai progressi.

Mentre la cerimonia dello Jol proseguiva, Einar si estraniava sempre di più, osservando con attenzione la nodosa figura del sacro frassino.
I suoi pensieri turbinavano con la stessa furia con cui le onde si infrangevano sulle grigie scogliere.
Quale poteva essere la sua meta?
Verso quale direzione le rune, e il volere di Jurth, lo stavano spingendo?
Che ci fosse una correlazione con la visione avuta nella Baronia e gli Alvar che aveva visto?
Domande che lo turbavano e lo sfiancavano, ma che in cuor suo sperava, alla fine, trovassero finalmente risposta.

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Si scosse appena dai suoi pensieri, con le urla di giubilo dei nordici, che invocavano così la benedizione di Aengus per il Nord e la popolazione di Helcaraxe.
Lasciò che gli ospiti tornassero sui loro passi verso la città; poi con calma si incamminò lungo il tortuoso sentiero che portava fino ai piedi dell’Yggdrasil.
Ai suoi piedi, l’enorme figura del sacro albero lo sovrastava. Solenne e immobile avvolgendolo con la sua ombra, come manto di nera tenebra.
Ne poteva percepire l’essenza e la forza, e il suo “sguardo” che lo scrutava e soppesava nelle sue azioni.
Si sfilò lentamente il guanto in osso dell’armatura, prendo poi un pugnale dalla sacca.
Si incise con decisione le carni, lasciando che il sangue caldo fuoriuscisse dalla ferita. Poi, con solennità e rispetto toccò il bianco frassino, lasciando che il liquido rosso e intenso scorresse nelle venature della corteccia scavate dagli elementi del nord; e che cadendo poi sulle sue radici, potessero infine nutrirlo e rinnovare così il patto che lo legava per sempre a quella terra.


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Tornò deciso verso Helcaraxe, aiutando alcuni ospiti non abituati a correre sulla neve fresca e oppressi dal violento freddo del nord.
Ignorò il gruppo di ospiti che si dirigeva verso Grandinverno e, sellato il suo purosangue, partì alla volta di Hulborg.
Cavalcò con decisione seguendo il sentiero scavato nella dura roccia verso sud. Poi, arrivato alle porte di Hulborg si fermò per alcuni istanti.
Fece un lungo respiro cercando di imprimersi nella mente tutti quegli elementi che lo avevano accompagnato nel suo sentiero; come spettatori e testimoni del suo lungo percorso fatto fino ad ora.
Le alte e nere figure delle montagne che lo sovrastavano, le fitte e misteriose foreste che lo avevano accolto nelle sue peregrinazioni e cacce, ed infine il vento, che come lamento e sussurro di una volontà che lega e unisce tutto il nord, ora lo spingeva verso terre a lui nuove e sconosciute, e verso chissà quali strani e contorti sentieri.


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