L'isola di Tortuga


Kinyesi, Tlatoani - ICQ:650162887
Jair, Capitano - ICQ:656576229
Elaver Perckins, Primo Ufficiale - ICQ:562056656



Mare nel profondo Sud delle Terre Selvagge. Tortuga. Protetta dalla giungla selvaggia e secolare, l’arcipelago Magister e il deserto di Tremec. Senza fiato, priva di rumori, inghiottita dal buio. Almeno così sembra, in lontananza, dal cannocchiale di chi audacemente e imprudentemente si avvicina alle sue pericolose coste. Le onde si infrangono stancamente sui moli e sulle spiagge.



Solo avvicinandosi gradualmente, circumnavigando l’isola, si possono scorgere e udire cose che rimarranno per sempre impresse nella memoria dell’incauto curioso. Cose così diverse, ma distinte. Due cuori pulsanti e diversi, e allo stesso modo affascinanti.

Un lato dell’isola sembra prendere vita: al molo, lo scricchiolare degli innumerevoli legni dalle vele scarlatte; il fischiettio di qualche mozzo che passeggia sui ponti di coperta delle navi della più grande flotta di tutti i tempi, o chinati, carponi, a lustrare, strofinare, sputare e cantare; consci di doversi dimostrare onorati, grati e riconoscenti al capitano per ciò che egli ha concesso loro: toccare una nave con le loro luride e callose mani.

Un pescatore si addormenta con la canna da pesca in mano, incurante del fatto che un ladruncolo sta svuotando le sue già vuote tasche.

Finalmente una luce viva in mezzo al buio: nella Piazza della Misericordia si odono le grida provenienti dalla locanda, e l’isola sembra prendere vita propria, quasi a turbare la quiete selvaggia circostante.

Gruppi di marinai parlano di una vecchia mappa e di un tesoro sepolto. Altri, tra urla, schiamazzi e bestemmie, organizzano una pesca al kraken. Altri ancora si spartiscono del ricco bottino, sono infatti appena tornati da un arrembaggio. Hanno recuperato dobloni, armature e stoffe e persino una fregata praticamente appena varata “presa in prestito” a quei poveri sprovveduti che poco saggiamente solcavano i mari. Tutti sanno che si tratta di territorio scarlatto e che la ciurma esige il pagamento di un pedaggio.

Avanti e indietro, dalle palme al patibolo, il Mastro, con la frusta agganciata al cinturone, controlla che nessuno spirito bollente faccia qualche follia e intanto il Nostromo parlotta con un corsaro riguardo a chi secondo loro dovrebbe vincere un duello a insulti all’ultima rima.

Uno schianto si ode dal “Cannocchiale Rotto“, rumore di boccali rotti e sedie sfasciate: qualche ubriaco ha allungato troppo le mani su una delle ragazze del bordello ed evidentemente l’oste non ha gradito. Un occhio nero e due costole rotte sono la generosa ricompensa per avere delle ardite e scostumate mani.



Un beone esce dalla locanda e vomita in terra, un altro barcolla fino a raggiungere Blanche la quale, schifata, finge di essersi sposata con un ricco commerciante di Hammerheim e di essere ormai interessata a vendere solo vestiti. Due marinai si giocano a dadi l’intera paga appena riscossa dal capitano.

Fuori, intanto, in sottofondo, si può sentire una donna con un bimbo in fasce sul grembo che urla bestemmie contro Henry Morgan. Da quanto ella sostiene, il vecchio capitano corsaro, sebbene morto, è rimasto ancora piuttosto prolifico.

Un povero naufrago ancora fradicio sbuca in questo trambusto in cerca di aiuto. Subito qualcuno della ciurma lo blocca da dietro: un coltello puntato alla schiena, una voce all’orecchio che gli “consiglia” di mettere tutto il proprio oro in terra.

“Un altro ridicolo e inutile mozzo!” sbotta il capitano e tutti scoppiano a ridere. Subito si sente il rumore secco di una frusta e il Primo Ufficiale, rivolgendosi al malcapitato, dice: “Damerino, questo posto non fà per te. Qui siamo su Tortuga e non resisterai più di due lune”.

Nel frattempo, sulla Perla di Danu, spunta una nuvoletta di nebbia particolarmente bianca. C’è puzza di erbapipa e tre figure sono avvolte nella fitta coltre di fumo. Sono il capitano e i suoi ufficiali che discutono sul prossimo colpo da compiere e come far riecheggiare su tutti i mari il nome degli scarlatti. Parlano animatamente, aspirando dalle loro lunghe pipe e trangugiando del buon grog di annata.

Inoltrandosi nell’altro lato della giungla, le voci, le urla e gli schiamazzi, così come le luci delle lanterne, vanno via via scemando. Prendono piede sempre più il suono degli insetti e di qualche creatura che si muove cauta tra le ombre della foresta; il calpestio delle foglie e radici secolari, nel sottosuolo paludoso, e le nebbie, rendono il cammino più impervio e misterioso.

Improvvisamente, quello che sembrava così inaccessibile, comincia a pulsare di vita: in lontananza la viva luce di fiaccole serpeggianti, come occhi curiosi ma minacciosi. Il cuore è il battere di tamburi tribali, sempre più vivi, fino a scorgere una luce più intensa. Un grande fuoco arde al centro di una radura, e, intorno, quelli che sembrano uomini, intonano danze e canti ancestrali. Le loro lunghe ombre danzanti si muovono al ritmo di quei tamburi e canti, e qualcuna, forse solo per suggestione, sembra muoversi per volontà propria.

Ho già sentito di questi strani uomini: sono qwaylar. Su di loro esistono molte leggende, qualcuno fatica anche a comprenderne l’esistenza. Parlano di spiriti e di maledizioni, di sciamani leggendari e riti sacrificali, di popoli selvaggi sparsi nella giungla e grotte sacre.

Racconti e storie che un uomo bianco potrebbe scrivere interi libri di storia e stregoneria.

È qui che vivono, ormai, nel villaggio che loro definiscono “Timata Ora”, ma, in realtà, la giungla è il luogo originario dei qwaylar, un’etnia schiva e diffidente nei confronti degli stranieri bianchi. Si tratta di una vasta penisola, una lingua di terra completamente verde e ricoperta da flora secolare, che si estende a Sud del deserto di Tremec e circondata completamente dal mare.

In queste terre rigogliose, secondo i qwaylar il luogo dove tutto ebbe inizio, sono ancora custoditi i segni tangibili della storia di questa popolazione, tramandata oralmente di leggenda in leggenda.

Esempi sono le rovine dell’Antico tempio, unica struttura dell’Antico popolo rimasta quasi totalmente in piedi dopo il Giudizio del Grande Spirito e l’attacco dei Draghi, secondo i racconti tramandati oralmente; Waka Nui, il villaggio fondato da Mombata, a seguito della divisione e dispersione in diverse tribù dell’Unico e Antico Popolo in tutta la giungla, e oggi occupato non dalla tribù originaria.

Molti sono i segreti e i misteri che si annidano in questa inospitale culla tribale, celati nella fitta vegetazione, e protetti dagli spiriti che dimorano e proteggono questo luogo sacro e selvaggio. Numerose altre tribù lo popolano, alcune ostili come quella dei Kokaroti, e molte delle quali sconosciute tra di loro, e indifferenti alle sorti del mondo esterno alla giungla.

Per anni Waka Nui è stata oggetto dell’attenzione di diverse tribù ostili. Qualcuna è riuscita a mettere in difficoltà questo popolo e le sue difese, altre ne hanno minato le fondamenta, ma i “Figli di Mombata” – così si chiamano tra di loro i membri di questa comunità, dal nome del saggio fondatore del villaggio – erano sempre riusciti a respingere il nemico o riprendere il controllo del villaggio. Fino a poco tempo fa, quando la tribù guidata dallo Sciamano Serpente e dal guerriero Nukubame, è riuscita ad insediarsi nel villaggio, costringendo i Figli di Mombata all’esilio.

Oggi i qwaylar che prima vivevano a Waka Nui vivono proprio qui, nel villaggio di Timata Ora, sull’isola di Tortuga, immersi nella giungla e nelle paludi, e al riparo dalla curiosità e dalle incursioni dei bianchi, portatori, secondo le visioni degli sciamani e le superstizioni qwaylar, di malattie e maledizioni.

Nessun esploratore sufficientemente cauto rischierebbe di addentrarsi nei territori della giungla senza una guida qwaylar. Dovrebbe fare i conti non solo con le insidie di un luogo ostile, descritte nelle leggende, ma anche con la diffidenza dei cacciatori, nascosti tra le ombre e tra i rami, pronti a cogliere l’invasore di sorpresa con trappole, frecce e cerbottane; coi loro guerrieri che avanzano con lunghe lance al ritmo di tamburi tribali; con la sete di sangue delle creature tra le più strane e possenti; con l’ira degli Spiriti che vi dimorano, in contatto coi potenti sciamani del popolo nero, custodi di saperi e maledizioni antichi almeno quanto la giungla stessa.