288

Il nuovo anno si levò sotto un cielo greve, portando con sé un presagio cupo che nessuno seppe cogliere in tempo. Le prime notizie giunsero come sussurri spezzati dal vento: fuoco a Bosco Vecchio, sangue versato al Trivio, l'ombra calata sulla Vecchia Amon. Gli Orchi erano tornati, non come tribù disperse e affamate, ma come esercito organizzato, feroce e inspiegabilmente rapido.

Dalle nebbie della Baronia e dai crepacci del monti ad est, orde armate si riversarono sul continente umano con una furia che pareva orchestrata. Non marciavano come bestie, ma come ingranaggi d’un piano oscuro. A Bosco Vecchio gli alberi arsero per giorni interi. Al Trivio, le pietre delle mura non seppero trattenere l’onda verde. Forte Agravain cadde in una notte sola.

Ma il vero terrore non fu la forza brutale degli Orchi, bensì il modo in cui comparivano. D’improvviso, senza preavviso, nei pressi dei centri nevralgici. Nessuna strada, nessun fiume, nessun passo: solo apparizioni. Era una nuova arte della guerra, un’oscura meraviglia tecnica che gli Orchi chiamavano Spranghtoter. Una rete di portali, forse, o macchine arcane alimentate da fuochi antichi. Nessuno sapeva da dove venisse.

Nel Doriath, nelle Terre Selvagge e nelle Terre Verdi, gli eserciti riuniti di tutte le razze opposero una strenua resistenza. Vessilli umani, stendardi elfici e insegne naniche si levarono fianco a fianco nel tentativo disperato di arginare il dilagare dell’oscurità. Fu lì che alcuni Orchi vennero catturati vivi. Fu lì che le prime Spranghtoter vennero scoperte e sottratte al nemico. Non furono comprese… ma vennero usate.

Alla fine, con fatica, con perdita, con dolore, gli invasori furono ricacciati nelle loro lande selvagge. Ma non fu una vittoria. Le ferite della terra restarono aperte. Le città conquistate, spogliate. Le fiamme, ancora fumanti. Il silenzio, più assordante della guerra stessa.

Ardania aveva vinto una battaglia, ma una nuova minaccia si profilava all’orizzonte.

Sul finire di madrigale, dal profondo della terra si spalancarono ferite, e da esse strisciarono demoni. Cercavano qualcosa: un bastone rosso, antico e carico di potere. Le Fiere dell’Abisso, una fazione ribelle e famelica, lo volevano per sé. Ma furono i Qwaylar a trovarlo per primi, là dove il confine tra giungla e deserto si fa incerto.

Quel bastone parlava. E chi lo portava, iniziava a vedere troppo, sentire troppo. Malynna fu la prima a cedere: mutò nel corpo e nella mente, perseguitata da una voce che nessun altro sentiva. Una succube, Masantha, la aiutò — senza patto, senza prezzo. Perché anche gli abissi, talvolta, attendono il momento giusto.

I demoni, avvisati da piccoli messaggeri, si ritirarono nel silenzio. Stavano preparando la guerra.

Fu allora che i Qwaylar, in una notte di sangue e visioni, evocarono Sakapta. Lo Spirito rivelò la verità: il bastone era instabile, prossimo a esplodere. Solo due vie restavano: distruggerlo... o liberare Khi-Nal, l’anima prigioniera al suo interno. Scelsero la seconda, ma pretesero garanzie. Vincolare un demone al rispetto di un patto: follia, forse. O saggezza.

Condivisero infine ciò che sapevano con elfi e alleati, temendo che altri, più rigidi e spaventati, avrebbero scelto il fuoco.

E così, ancora una volta, Ardania non cadde.

Doriath – Tra le fiamme dell’invasione

Nel cuore antico del Doriath, l’ombra del casato Jaerle tornò a incombere. L’occupazione di Nolwe, ormai stremata, divenne il campo di rinascita di Zeerith Jaerle, che si impose come guida spietata, afferrando un cristallo arcano capace di aprire portali. Ma la sua ambizione incendiò vecchie rivalità e risvegliò nuove tensioni. Le fazioni elfiche, unite nel rituale, abbatterono le mura di Nolwe. Zeerith fuggì tra le pieghe dello spazio, lasciando dietro di sé un luogo maledetto dal suo passaggio.

Nel frattempo, nel mese di forense, si aprivano le porte della Valle Celata: per la prima volta, gli elfi Quenya accolsero umani e mezz’elfi in quella terra nascosta, celebrando l’evento con una cerimonia solenne in onore di Earlann. Una breccia luminosa nella secolare chiusura del popolo Eldar.

Ma i venti di pace furono presto sopraffatti dal fuoco. L’Arca dei Sette, tempio galleggiante inviato dalla Chiesa d’Occidente per soccorrere gli umani del Doriath, fu consumato dalle fiamme e dal sangue. Le vittime, una sacerdotessa e la sua scorta, diventarono simbolo di un oltraggio inaccettabile. Hammerheim, accecata dall’ira e guidata dalla voce dei suoi dei, accusò Rotiniel di complicità e, sul finire di orifoglia, lanciò un proclama di guerra.

La Perla dei Mari rispose con fermezza, smentendo le accuse e denunciando l’aggressione come un attacco alla sua sovranità. Le spade si sguainarono. La Piana di Ceoris e la Valle dei Sussurri divennero teatro di sospetti, perquisizioni e divieti. Lo scontro fu breve e feroce. Fu il 7 dodecabrullo che Hammerheim proclamò la vittoria, dichiarando compiuta la giustizia. I caduti dell’Arca avrebbero riposato tra i Valorosi.

Seguì una distensione faticosa. Rotiniel, pur ferita, tese la mano: un milione d’oro per le famiglie delle vittime, riapertura dei porti, e il ritorno in patria dei superstiti hammin. Le rotte si ridestarono, e le armi furono posate. In segno di purificazione, la Chiesa d’Occidente indisse un rito sacro: fino alla sua celebrazione, nessuno avrebbe più toccato strumenti di guerra. Ma una minaccia ben più temibile attendeva il quieto continente elfico.

Nel fragore di una guerra che non li riguardava, i Drow trovarono l’occasione perfetta per colpire. Mentre Hammerheim e Rotiniel si logoravano a vicenda, calarono su Ceoris con la furia di un'ombra antica. Un artefatto, nutrito da cristalli oscuri, disintegrò la città fino alle fondamenta: la loro vendetta per Nolwe era compiuta.

Ma non si fermarono lì.

L’Alleanza Elfica, colta di sorpresa, avvertì Valinor troppo tardi. Ilkorin fu la successiva: le sue mura caddero sotto un nuovo assalto, e ancora quei cristalli vennero piantati come semi di distruzione. Ma stavolta, gli elfi resistettero. Scacciarono gli invasori e raccolsero i frammenti lasciati dietro, pezzi di un potere corrotto che cominciavano a rivelare il loro segreto.

Fu allora che tra le ceneri di Ceoris apparve Helatil, una figura velata ed enigmatica. Con parole misurate e un cristallo sigillato tra le mani, offrì all’Alleanza un frammento di verità: un carico di cristalli era in viaggio verso la Collettività. Un nuovo attacco, imminente. I dettagli, disse, sarebbero stati rivelati solo in un incontro segreto nel mese di Postapritore.

Infine, strane luci solcarono i cieli. Gli elfi raccontarono di essere stati rapiti, interrogati su un elemento ignoto. La verità giunse con i macchinari Juka, che scavavano la terra elfica per cercare ciò che bramavano. Rifiutarono la pace, offrirono reliquie, e ottennero soltanto il fuoco delle frecce Valinrim. Il conflitto si estese a una nave volante, attraversando portali e cieli stranieri. Ma ciò che li aveva guidati non erano i Juka: una forza più profonda e misteriosa tramava nell’ombra. Distrutta l’astronave, i Valinrim tornarono a casa. Ma nulla era più come prima.

L’anno 288 non fu per il Doriath segnato solo dal conflitto con Hammerheim, che catalizzò l’attenzione dei più, ma anche da eventi oscuri e inattesi: Sul finire di madrigale, Qualcosa si muoveva tra le fronde antiche, lungo la via che collega Ceoris alla Perla d’Argento. All’inizio furono solo ombre rapide, poi artigli nella notte. I goblin, sì, ma diversi. Organizzati, feroci… innaturali.

Dalla foresta saliva un fumo violaceo, denso e vischioso come la paura. Chi osò avvicinarsi raccontò di strani calderoni, di fiori che sanguinano e di sacrifici nel buio. Alcuni tornarono cambiati. Altri non tornarono affatto.

Il nome di Yaktar iniziò a serpeggiare tra le mura di Rotiniel come un sussurro tossico. Un culto? Un incubo? O qualcosa di peggio?

Nel cuore della terra, sotto rovine dimenticate, i Rotinrim trovarono più di quanto cercassero. E quando un elfo ricevette una testa mozzata in dono, fu chiaro che nessuna tregua sarebbe stata concessa. Solo guerra.

nel mese di Solfeggiante, un’altra minaccia si abbatté sui Valinrim di Ondolinde. Tutto ebbe inizio con luci nel cielo e strani rapimenti: alcuni elfi raccontarono di essere stati sollevati da raggi luminosi e interrogati da creature silenziose su un misterioso “elemento”. Inizialmente presi per visionari, col tempo i racconti si moltiplicarono, costringendo i Valinrim a indagare.

Fu così che vennero scoperti movimenti Juka nei pressi della valle, intenti a scavare con enormi macchinari nelle radure vicine. Alla richiesta di lasciarli fare in cambio di reliquie e pace, gli elfi risposero con le armi, respingendo l’offerta e abbattendo gli invasori.

Un’ulteriore spedizione rivelò un artefatto di origine sconosciuta, che, se caricato di magia, si attivava. Portato lontano da Ondolinde per essere studiato in sicurezza, aprì un portale verso un luogo ignoto.

Attraversandolo, i Valinrim si ritrovarono su una nave volante Juka. Dopo un duro scontro, scoprirono che non erano stati i Juka a scegliere Valinor come bersaglio, ma una presenza ancora più misteriosa. Sabotata l’astronave, riuscirono a fuggire poco prima dello schianto.

La minaccia sembrava svanita, ma molte domande restavano sospese, come ombre oltre le stelle.

Le Terre degli Umani – L’anno delle fratture

All'alba del diciottesimo giorno di Forense, tra i vapori freddi che si levavano dalle acque intorno a Derit, giunsero Exar Valraun, la sua enigmatica consorte Nefeli e lo stregone Velkan. Davanti a un’assemblea riottosa ma affamata di ordine, Exar si offrì come Duca Nero, portavoce del dio Vashnaar e garante di stabilità. I suoi occhi ardevano come brace sotto il mantello scuro, promettendo una nuova era fondata sulla fede e sul pugno di ferro.

E i Loknariani, stremati dai conflitti interni, piegarono il capo. Una settimana dopo, la città si consegnava a lui: Loknar non era più libera, ma divenuta Signoria Teocratica, feudo sacro del Culto Eterno. Il Libero Trattato venne abolito; il Codice Eterno impresso sulla pietra e sulle vite.

Ma il sangue non attende mai troppo a lungo per tornare a scorrere. A Macinale, nelle Westlands, le Lame caddero in silenzio. Con la scomparsa del Grande Silente, l’organizzazione segreta delle Lame si disfece. Martelli Dorati e volontari di Hammerheim scoprirono infine il loro covo, disseminato di trappole mortali posizionate dai Briganti del Corvo sfuggiti da Darkhold.

Eppure, dalle profondità marine, una nuova oscurità emergeva. La veggente Suelain, rapita molti mesi prima dal Re Sommerso, veniva cercata da un manipolo di audaci: i Cavalieri dell’Alba. Con l’aiuto di Alamira, discendente di pirati e superstiti di Leviatani, scoprirono l’antica verità dei fari sommersi e dei colossi che li vegliavano: un rituale di luce per evocare il Guardiano dei Mari, unico in grado di sfidare l’abisso.

Conflitti religiosi, ambizioni spezzate e alleanze esitanti spaccavano il continente: Amon guardava altrove, Loknar taceva, e Hammerheim si dilaniava tra diritti e doveri. Fu allora che, grazie all’aiuto dei druidi, fu ritrovato il Corno degli Oceani, un antico artefatto in grado di proteggere le coste.

Hammerheim ne rivendica la proprietà, ricordando che un tempo apparteneva al Tempio di Danu della città. La Chiesa dell’Ovest esitava. Hammerheim rivendicava. E così, il tempo, implacabile, scorreva.

Nel mese di Adulain, altri fuochi covavano sotto la cenere. Il Passo dell’Orus Maer, donato mesi prima ai nordici di Helcaraxe dagli hammin in cambio di sostegno, era ormai in rovina e trascurato. Hammerheim ne richiese la restituzione. Helcaraxe rifiutò. Ne seguirono tensioni, schermaglie, occhi stretti e mani alle armi. Ma altre crisi, più pressanti, spinsero gli hammin a rinviare la riconquista.

E intanto, ad Amon, alcuni briganti, i “Quaranta Saggi”, cercavano di strappare Eracles all’Impero, vestendo la rivolta con il manto della legittimità. Non fu guerra, ma veleno e propaganda, proclami e sangue sparso nei vicoli. Tra i cospiratori si facevano nomi: Shandy, Zael Zarash. Ribelli travestiti da idealisti. L’Impero vacillò, colpito non da un nemico esterno, ma dal proprio stesso seme.

E mentre i venti di guerra sussurravano nelle terre alte, un altro mistero svelava le sue fauci a Ceshire. L’omicidio di Paloma, anziana e insospettabile, rivelò un antico patto infranto. Lei, un tempo parte delle Torce Ardenti, aveva celato con i suoi compagni un artefatto oscuro. Ma il tradimento emerse, e con esso un Lich Antico. Solo al prezzo di vite e silenzi, l’abominio venne sconfitto. E la sabbia del deserto tornò al suo sonno senza fine.

Infine, dalle acque tra Edorel e Hammerheim, giunse l’eco più inquietante. Una nave naufragata, un carico prezioso rubato… e l’ombra di un illithid, Xhalidak, che camminava sotto mentite spoglie. Cercava Aludra Cercavento. Il confronto avvenne su un’isola-prigione, tra veli strappati e incubi viventi. Lo scontro fu furioso, il mostro respinto ma non sconfitto. Svanì sul dorso di un Nautiloide, portando via con sé il carico: mithryl.

Fu nel mese di Granaio che Amon vacillò. Con un console svanito e l’altro lontano, la città restò senza guida. L’Imperatore affidò al comandante della legione l’arduo compito di riformare il senato, ma il caos prevalse. Fazioni si scontrarono, antichi legami si spezzarono. Alcuni insorsero, e il tribuno militare rispose con pugno di ferro: degradazioni, accuse, esili.

Mentre Amon sprofondava nell’incertezza, Rotiniel confermò la Fortezza del Sacro Verbo come unico punto di riferimento del fulcro del culto umano nel Doriath, ma la Sacra Chiesa d’Occidente si oppose, i Cavalieri dell’Alba rifiutarono di prendere le distanze. La frattura si allargò, alimentata dalla disputa sugli artefatti legati a Suelain.

Infine, la Chiesa Eterna e quella d’Occidente emisero un proclama congiunto: i Cavalieri erano sgraditi, esclusi dalle funzioni religiose.
Il fuoco sotto la cenere del continente cominciava a salire.

Nel mese di solfeggiante, su invito dell’Impero, la Chiesa Eterna di Loknar consacrò una statua di Vashnaar nel tempietto eretto presso il cimitero di Amon. Poi giunse Orifoglia, e con essa la Restaurazione. L’Imperatore Valorium, dopo aver estirpato i ribelli, nominò nuovi consoli e separò i poteri della Legione da quelli della Chiesa e dell’Alta Torre. Amon si ridestava, con l’eco di antichi onori e nuove ambizioni.

Ma la discordia non si placava. Il 12 del mese, le chiese di Hammerheim e Loknar emisero un ultimatum ai Cavalieri dell’Alba. La risposta fu un rifiuto: l’Ordine respinse le accuse, invocando onore e giustizia, e invitò i fedeli alla preghiera, non alla sottomissione.

E mentre gli uomini dibattevano, un altro male emerse. I Rattigor, mostruosi umanoidi dalle fattezze di ratti, uscirono dalle profondità, seminando morte, fame e peste. A Hammerheim fallì il rituale di purificazione, ma incensieri sacri arginarono le orde. Accademici, cavalieri e legioni unirono le forze. La notte del 29, nella tana dei mostri, si combatté una battaglia disperata contro un demone della Pestilenza. La grotta esplose in un boato di fuoco e rovina.

Ma il puzzo della corruzione aleggiava ancora nell’aria.

Fu l’eco di un incendio  e dei corpi carbonizzati sull’Arca dei Sette, a scuotere le fondamenta dell’ultima parte dell’anno. Hammerheim, alzò la voce con rabbia solenne, accusando Rotiniel di tradimento, di sacrilegio, di complicità. La Perla dei Mari rispose con la fermezza di chi è stato colpito nell’onore: negò, si difese, e si preparò alla guerra.

Nel cuore di Nembonume, l’aria s’addensò. Il clangore dei Martelli Dorati risuonò nelle terre contese del Doriath, mentre Rotiniel serrava le sue porte, restringendo il passaggio a chiunque non portasse sangue Eldar. Le valli si fecero trincea, e i sussurri delle radure vennero soffocati da proclami e acciaio.

Eppure, come spesso accade nelle stagioni che volgono alla fine, fu la stanchezza a prevalere. Il 7 di Dodecabrullo, Hammerheim proclamò la vittoria: la Flotta elfica costretta a ritirarsi, le armi umane levate al cielo in segno di giustizia compiuta.

Fu allora che i venti cambiarono. L’intervento della Sacra Chiesa d’Occidente portò con sé il peso della riconciliazione. Le insegne furono ammainate, le armi abbassate, e sulle ceneri ancora calde vennero gettati i primi semi di pace. Rotiniel, con un gesto di rara nobiltà, stanziò un milione d’oro per le famiglie dei caduti e revocò le misure d’emergenza. Le rotte tornarono a pulsare, e i due regni, per ora, scelsero la via della ricostruzione.

La Chiesa, dal canto suo, chiamò a raccolta le genti per un rito di purificazione: le armi, macchiate di sangue, avrebbero atteso la benedizione dei Sette prima di tornare strumenti di giustizia.

Nelle stesse settimane, lontano dalle corti e dai campi di battaglia, un altro fuoco veniva acceso: l’Accademia delle Arti Arcane apriva l’anno accademico. Con il Gambetto dello Studioso e l’annuncio della Biblioteca Pubblica, il sapere si fece ponte, promessa e antidoto al caos. Le genti vennero invitate a offrire ciò che avevano di più prezioso: la conoscenza, la memoria, l’identità.

Non tutto, però, guardava alla luce. Il 19 di Nembonume, alla Fortezza del Sacro Verbo, fu eretta una statua a Vashnaar, e fu consacrato un luogo ai suoi morti. Un gesto che parlava di potere e devozione, di eternità e d’oscurità. E proprio nell’ombra, a Villa Larivian, gli Amoniani scesero sottoterra, dove trovarono l’eco di un patto sepolto. Là, tra i muri dimenticati, dimorava un custode antico, avvinto a forze che non parlano la lingua degli uomini. Venne scacciato, ma lasciò dietro di sé la traccia di una porta: forse chiusa, forse no.

Infine, il Patto Nero venne sciolto. Loknar e i Qwaylar, uniti per quattro anni sotto una salda alleanza, scelsero strade separate. Le ragioni restarono sotto la superficie, come spesso accade con ciò che nasce dal buio.

Così si concluse l’anno 288. Con fuoco e tregua, sapere e tenebra. E nel silenzio che segue la battaglia, le terre delle Westlands respirano, in attesa del prossimo battito del destino.

Terre dei ghiacci — Il gelo conteso e l’eco dei clan

Nel primo giorno di Adulain, le nevi dell’Orus Maer videro i primi venti di tensione. Gli hammin, delusi dalla negligenza con cui Helcaraxe aveva custodito il passo a loro donato, ne reclamarono la restituzione. Ma il popolo dei ghiacci rifiutò, e scaramucce iniziarono a punteggiare i bordi del confine innevato. Il gelo non era più solo quello del clima, ma anche dei rapporti. E quando gli hammin rivolsero lo sguardo altrove, la contesa fu solo rimandata.

Nel mese di Granaio, una frattura più profonda si aprì sotto la superficie: con le dimissioni dello Jarl e del Gothi, il Konnugur accolse la volontà dei clan di camminare con passi propri. I Valdar, gli Hati e i Kessel ottennero terre, regole e gerarchie autonome. La neve di Helcaraxe non celava più un solo popolo, ma molti cuori e molte voci, ora sovrane di sé stesse.

Popolo della montagna — Il varco sepolto

Nelle profondità di Kard Dorgast, il buio aveva partorito un’intrusione: orchi, silenziosi e ostinati, avevano scavato sotto le mura, portando sabotaggi e fiamme. Ma quattro djaredin, guidati più dall’istinto che dalla vista, si addentrarono nel tunnel con la determinazione della roccia.

Scontro dopo scontro, raggiunsero il cuore del varco, pronti a farlo esplodere. Ma la montagna ha le sue leggi: la distruzione del cunicolo avrebbe potuto inghiottire anche la città. Allora scelsero la via della forza e della pietra, seppellendo l’invasione sotto tonnellate di roccia. Gli orchi si dispersero nel paesaggio, il piccone abbandonato e il ruggito strozzato. Ma i tamburi lontani non promettevano pace.

Qwaylar — Il furto dei destrieri d’argento

Dalla savana, una ferita nel cuore della tribù: i destrieri d’argento, spiriti della corsa e del vento, venivano adescati con dolce veleno e ridotti a merci da mercato da parte delle Camicie Arancioni. Il tradimento si tinse di sangue.

I Qwaylar si rivolsero allora al vecchio Nikatu, che parlò della Fenice Canuta, creatura leggendaria sull’Isola di Fuoco. Solo una sua piuma poteva salvare i superstiti. Un manipolo partì, affrontò il mito, e tornò con tre piume ardenti.

Con l’aiuto dell’Accademia e di Robert — fratello di una delle colpevoli — nacque un rimedio. Somministrato ai destrieri, sembrò funzionare. Ora, sotto il cielo stellato, Sakhi e Robert attendono: saranno giudicati non solo per i propri gesti, ma per ciò che le piume avranno saputo guarire.

Eppure, non era la prima volta quell’anno che i Qwaylar si trovavano a fronteggiare forze più grandi di loro. Solo pochi mesi prima, un bastone rosso, sorto dalla terra come un veleno antico, aveva parlato a uno di loro… e i demoni avevano ascoltato.