La ricerca sulla storia antica dei Sindar si rivela fin da subito un’impresa ardua. Molti documenti e testimonianze sono andati perduti, soprattutto a causa delle devastazioni dei Falò senza Luce, che segnarono profondamente questa stirpe elfica. I pochi testi sopravvissuti, custoditi nella biblioteca di Tiond, sono preziosi ma frammentari: si trovano antichi libri rilegati in metalli pregiati, pergamene consunte chiuse da cordicelle, e perfino tavole di legno collegate da anelli in mythrill. Tuttavia, le fonti scritte sono limitate, e quelle anteriori ai Falò quasi inesistenti.
Nonostante ciò, esiste un’altra via per accedere alla memoria dei Sindar: il canto. Questa stirpe ha saputo preservare parte del proprio sapere attraverso le lunghe e poetiche ballate tramandate oralmente dai cantastorie silvani. Questi canti custodiscono eventi del passato, leggende e conoscenze che non compaiono più nei testi scritti. È proprio grazie a queste melodie che si possono ricostruire, almeno in parte, le radici più antiche dei Sindar.
Una delle fonti più evocative è una ballata in lingua sindarin, che racconta l’alba del mondo elfico:
Sovrani e possenti volavan i draghi
Era il tempo in cui non v’erano maghi
Il tempo in cui gli elfi eran giovani,
E l’uso di spada e di scudo eran vani,
Le foreste erano immense e possenti.
E limpide e luminose le acque correnti,
I sussurri delle fronde eran parole chiare
Portatrici di notizie un dì belle, un dì amare,
Le creature silvane parlavano ai figli di Beltaine
Ai tempi in cui non ancora v’erano ferro né fucine.
Un giorno la Dea dei Misteri, una sfera donò
E la Magia come una marea, gli elfi inondò
Cominciò l’era dei Poteri e degli Spiriti Arcani
E nacquero così i reami dei Tempi Lontani.
Questa testimonianza, seppur poetica, rappresenta uno dei rarissimi riferimenti ai tempi anteriori ai Falò. Si parla di un’epoca primordiale, in cui gli elfi vivevano in armonia con una natura vastissima e incontaminata, guidati dagli spiriti e immersi in una realtà priva di guerra, ferro e fucine.
Dai frammenti raccolti, emerge che in origine le tre grandi casate elfiche — Quenya, Sindar e Teleri — vivevano in relativa vicinanza, pur mantenendo le proprie identità. I Sindar si distinguevano già allora per un legame con la natura più profondo rispetto alle altre stirpi.
La società dei Sindar era suddivisa in Rim Faerin, le “schiere di spiriti”. Ogni elfo, attraverso addestramento, meditazione e profonda sintonia con la natura, poteva armonizzarsi con un particolare “aspetto” del mondo naturale — una creatura, un elemento, una forza — tanto da entrare in comunione con esso. Questo legame portava non solo a una comunicazione con l’aspetto scelto, ma anche a una trasformazione interiore: l’elfo ne assumeva tratti caratteriali, visione del mondo, inclinazioni. Si diceva dunque che seguisse lo “Spirito” di quella entità.
A capo di questi ordini vi erano i Faerin Dhaer, gli “spiriti maggiori”: elfi di straordinaria sintonia con la natura, dotati di grande potere interiore, che guidavano gli Erthaid Faerin, gli “ordini di spiriti”. Questi ordini si formavano in base alla comunione con lo stesso aspetto naturale, e ne scaturiva un profondo senso di unione e coesione interna. Col tempo, alcuni ordini divennero più numerosi e influenti, fino a guidare l’intera casata dei Sindar.
Le testimonianze indicano l’esistenza di quattro grandi ordini nel periodo finale di questa organizzazione:
- Gli Spiriti della Quercia: erano i più numerosi e influenti. Riflessivi, saldi e devoti, questi elfi si armonizzavano con i grandi alberi di quercia e si distinguevano per la loro saggezza. Erano profondamente legati ai Valar e contavano tra le loro fila potenti guerrieri e sacerdoti votati alla protezione della foresta e della stirpe Sindar.
- Gli Spiriti del Ciliegio: incarnavano la bellezza, l’arte e l’armonia. Creativi ed esteti, erano artigiani, musicisti e cantori, capaci di creare opere magnifiche in perfetta sintonia con il mondo naturale. Condividevano un legame particolare con i ciliegi, simbolo di grazia ed effimera fioritura.
- Gli Spiriti della Farfalla: liberi, curiosi e sfuggenti, questi elfi erano viaggiatori ed esploratori. Custodi delle frontiere più remote delle terre elfiche, svolgevano anche il ruolo di ambasciatori presso altri popoli. Avevano una comunione profonda con farfalle e insetti simili, e si distingueva per la leggerezza dello spirito e la vivacità dell’animo.
- Gli Spiriti del Drago: rarissimi e leggendari, rappresentavano l’ordine più potente e temuto. Solo le anime più forti e sagge potevano sopravvivere al cammino dello Spirito del Drago. Chi vi riusciva acquisiva un’autorità immensa, tale che anche gli altri ordini tacevano in loro presenza. La loro comunione con i draghi — creature antiche e temute — li poneva tra le figure più influenti non solo tra i Sindar, ma tra tutti gli elfi.
Esistevano numerose altre “schiere di spiriti” nella tradizione sindarica, anche se molte di esse erano meno influenti o numericamente ridotte rispetto a quelle principali. Tra queste, vengono menzionate la Via dell’Aquila e la Via del Granito, a testimonianza della varietà di legami spirituali che caratterizzavano la società dei Sindar.
Col passare del tempo, si racconta che un elfo silvano potesse armonizzarsi con il proprio Spirito a tal punto da manifestare mutamenti esteriori. Questi cambiamenti, pur lievi, erano evidenti: gli “spiriti” di Quercia, ad esempio, avevano occhi che mutavano come le foglie nel corso delle stagioni, assumendo toni grigi o bianchi in inverno; quelli del Ciliegio mostravano iridi di un delicato rosa primaverile. I seguaci dello Spirito della Farfalla erano invece noti per l’estrema varietà cromatica, con occhi cangianti e iridescenti. Infine, gli appartenenti alla Via del Drago avevano pupille che richiamavano i colori delle antiche creature con cui si armonizzavano.
Anche l’architettura dei Sindar, nella loro epoca arcaica, era intimamente connessa alla natura. A differenza dei Quenya e dei Drow, che usavano magie complesse per modellare gli elementi in forme nuove, i Sindar sembrano aver seguito un principio differente: non imponevano trasformazioni, ma chiedevano alla natura di rimodellarsi. Gli alberi si piegavano così spontaneamente, formando arcate verdi simili a cattedrali viventi; la roccia si sollevava dalla terra per ergersi in colonne maestose; persino il terreno si plasmava dolcemente per accogliere le loro dimore e i loro sentieri.
Vi sono ricordi di immense vetrate colorate, incastonate tra i rami degli alberi per trasformare semplici radure in saloni splendenti. Quando il sole filtrava attraverso questi vetri, riflettendosi sui corpi degli elfi in mille sfumature, si dice che molti tra loro si commuovessero fino alle lacrime, colpiti dalla bellezza effimera e sacra di quei momenti.
Oggi, nel tentativo di narrare queste memorie, ciò che colpisce maggiormente è la consapevolezza di quanto sia stato perduto durante i Falò senza Luce. Di una civiltà millenaria, raffinata e in profondo dialogo con il mondo naturale, non restano che frammenti sparsi: testi ormai rari e incompleti, e canzoni antiche che, pur custodendo barlumi di quel sapere, non riescono a colmarne il vuoto.
Il “Lungo Regno” di Arabella
Tra i Sindar, il nome di Bereth Arabella – la Regina Arabella – è ancora oggi pronunciato con amore e devozione. Per comprendere appieno la portata della sua figura, è necessario considerare il periodo di devastazione che seguì la fine dell’epoca nota come quella dei Falò senza Luce.
Durante quel tempo oscuro, i Decadenti erano numerosi e influenti tra i Sindar. Molti di loro, per nulla disposti a vedere svanire il proprio potere, ricorsero a incantesimi di distruzione di terrificante potenza. Tra questi, il più terribile fu quello delle cosiddette nuvole di fuoco: un incantesimo latente che si attivò in modo improvviso proprio quando si pensava che il peggio fosse ormai alle spalle.
Su tutto il Doriath si addensarono allora nubi violacee, e presto cominciarono a cadere dal cielo gocce di fuoco, incendiarie e mortali. L’intera foresta rischiò di trasformarsi in un rogo immenso, poiché l’incendio, nato a occidente, si stava propagando verso est con rapidità devastante. L’intento dei Decadenti apparve chiaro: cancellare ciò che rimaneva della civiltà elfica, eliminando anche gli ultimi centri sopravvissuti del Doriath.
Fu soltanto grazie a un’ultima, disperata preghiera rivolta al dio Earlann che il disastro fu scongiurato. Un gruppo dei più potenti sacerdoti del dio, riunitosi in una radura, si sacrificò unendosi in un’unica entità spirituale. Il loro spirito si trasformò in una bianca e pura nube che salì in cielo, dissolvendo le nubi di fuoco e portando con sé una pioggia purificatrice. Questa pioggia spense ogni incendio, salvando la porzione orientale della foresta. In ricordo di quell’evento, quel bosco venne in seguito chiamato Foresta di Earlann, e fu lì che, molto tempo dopo, venne fondata la nuova Tiond.
Terminata questa tragedia, e in seguito alla separazione dai Quenya, ebbe inizio per i Sindar il periodo noto come “della Ristrutturazione”. Fu in quel contesto che emerse la figura di Arabella. Le sue origini sono avvolte nel mito: si narra, in una versione poetica, che la dea Beltaine, vedendo i suoi figli elfi afflitti e smarriti, si commosse al punto da far cadere una pioggia benedetta, portatrice di saggezza e longevità per i tre sovrani elfi destinati a guidare la rinascita. Una di questi fu, appunto, Arabella.
Altri racconti più audaci la vogliono figlia di una divinità – Earlann per alcuni, Morrigan per altri – e di un mortale, ma si tratta di voci non confermate.
Quel che è certo è che Arabella fu eletta regina degli elfi silvani poco dopo la dipartita dei Drow e dei Quenya, e che il suo regno durò oltre il doppio della vita media elfica. Solo in tempi recenti si è spenta.
All’inizio del suo regno, Arabella si adoperò per ristabilire l’armonia fra i Sindar, e tra questi e la foresta del Doriath. I Falò senza Luce non avevano solo distrutto insediamenti, conoscenze e culture: avevano quasi completamente spezzato il legame profondo che univa i Sindar alla natura. Gli incantesimi oscuri dei Decadenti avevano avvelenato l’ambiente: gli animali divennero aggressivi, gli arbusti bloccavano ogni sentiero con spine e rovi, e i fiumi si gonfiavano, trascinando chi li attraversava verso una morte rapida e fangosa.
In risposta a questo squilibrio, Arabella intraprese un lungo pellegrinaggio solitario nella foresta, parlando con piante e creature, tentando di ristabilire la fiducia perduta tra gli elfi e la natura. Visse per decenni come un’eremita, in simbiosi con il Doriath, e solo dopo oltre un secolo la foresta accettò la sua presenza e si placò. Per questo, Arabella è ricordata anche con il titolo sindarico di laBereth i Nuir, la Regina dei Boschi.
Detentrice di conoscenze ancestrali risalenti a prima dei Falò, Arabella le mise a disposizione del suo popolo, guidandolo fuori dallo stato di selvatichezza in cui stava sprofondando. Insegnò nuovamente l’arte del costruire – non più le maestose cattedrali silvane di un tempo, ma abitazioni armoniose tra i rami – e recuperò le tecniche dell’antica arte della guerra, necessarie a difendersi dalle mostruosità ancora annidate nelle ombre.
Riscoprì e tramandò le arti, l’artigianato e i saperi perduti, ma soprattutto riportò i Sindar a un rapporto vitale con la foresta. Sebbene non si fosse più in presenza della perfetta fusione spirituale dei tempi antichi, venne ristabilita una simbiosi sincera e profonda, che a tratti, secondo la tradizione, arrivava ancora a sfiorare l’armonia mistica perduta. Per molti elfi silvani, quell’antico legame con la natura non si è mai davvero spezzato.
Lo spostamento di Tiond
In seguito alla breve reggenza di Agar En’Nimbreth, figlio di Arabella, e del giovane Haran Jerzat, si verificò un evento drammatico che segnò la fine della prima Tiond. Le antiche querce della città avvizzirono, corrotte dal passaggio degli invasori e dal sangue versato durante i conflitti. Le abitazioni decaddero, i telain crollarono, e Tiond fu infine reclamata dalla vegetazione selvaggia e dall’oblio.
A sopravvivere furono solo tre Sindar appartenenti all’epoca degli Herain, i sovrani di un tempo. Questi ultimi elfi del tempo antico presero parte all’esodo dalla foresta meridionale del Doriath, seguendo l’ultimo degli Herain, il quale intraprese un pellegrinaggio alla ricerca di risposte e del cammino degli avi. Il viaggio lo consumò, e quando la sua morte divenne certa, i tre anziani decisero di agire.
Radunati i superstiti, guidarono il popolo verso le foreste occidentali del Doriath, là dove le acque, mosse dal volere di Earlann, scorrono secondo un ritmo sacro. In quel luogo rigoglioso, germogliarono i semi delle antiche querce e si intrecciarono nuovamente i telain tra i rami, dando vita alla nuova Tiond.
Il fiume che accolse la rinascita del popolo fu chiamato Salkien Duin, ovvero Fiume Danzante, in onore della sua natura generosa e vitale. Fu in quel luogo che i tre Sindar sopravvissuti, testimoni delle epoche passate, assunsero il ruolo di guide spirituali e civiche della città rifondata, erigendo la nuova Tiond sulle fondamenta della memoria e della tradizione.
Lo spostamento da est verso ovest, dalle terre tra Ondolinde e Rotiniel fino al Sacro Bosco di Earlann, coincise con il ritrovamento del Drago di Smeraldo, una reliquia mistica di recente creazione. Questo artefatto sacro divenne presto parte integrante del destino della nuova Tiond, legandosi profondamente all’identità del popolo Sindar rifiorito.