Nel regno di Djare, il rispetto per i defunti costituisce un valore profondamente radicato nella cultura del popolo, e si riflette nelle cerimonie che accompagnano il trapasso di un membro della comunità. Alla morte di un Djaredin, il corpo trascorre un’ultima notte nella propria abitazione, vegliato dalle donne della famiglia che intonano nenie rituali. Durante questa veglia, le donne percorrono con la memoria l’intera esistenza del defunto, rievocando imprese, tratti del carattere e la condotta tenuta in vita secondo i principi della loro gente.
All’alba del giorno seguente, spetta agli uomini preparare il corpo per la processione funebre; se la defunta è una Djaredinas, questo compito viene invece affidato alle donne. Il defunto viene vestito con una delle sue armature, scelta non per bellezza o pregio, ma per l’importanza affettiva che rivestiva per lui. L’arma ricevuta in dono nel passaggio all’età adulta viene posata sul petto, con la mano destra che ne stringe l’impugnatura. Nella mano sinistra il defunto racchiude tredici monete d’oro: un tributo al dio Korg, affinché egli possa accogliere l’anima nel proprio esercito. Il numero — uno e tre — richiama simbolicamente il defunto stesso e le tre divinità.
Il corpo viene adagiato su una lettiga in legno di fungo, finemente lavorata e decorata, fornita dal tempio. La processione parte dalla casa del defunto e si dirige verso il luogo di sepoltura. Ciò che distingue profondamente questa cerimonia è l’assenza di canti, preghiere o discorsi: nessuna omelia, nessuna lamentazione. Per questo popolo forgiato nella guerra, la morte non è un evento da compiangere, ma da accogliere con silenzioso rispetto.
Per ragioni igieniche e di sicurezza, le sepolture si trovano a notevole distanza dalle caverne principali e dai centri abitati: il tragitto può richiedere diverse ore di marcia. In un contesto sotterraneo, infatti, gas e liquami derivanti dalla decomposizione rappresenterebbero un grave pericolo per la salute pubblica. Le tombe consistono in lunghe catacombe scavate nella roccia grezza, articolate in serie di cinque nicchie che si susseguono dal pavimento al soffitto, disposte su più gallerie che si estendono per svariate pardelle (unità di misura equivalente a tre passi di Djaredin). L’ambiente è illuminato costantemente da torce e lanterne mantenute accese dai guardiani.
Al momento della deposizione, un sacerdote di Dare pronuncia una breve formula in un antico dialetto, con la quale augura al defunto un viaggio sereno, assicurando che la comunità si prenderà cura della sua famiglia e che i figli — o le figlie — sono ormai pronti a raccoglierne l’eredità. Terminata la preghiera, la nicchia viene chiusa con una lastra di pietra liscia su cui sono incisi il nome e una breve memoria della vita del defunto. Il sigillo definitivo è realizzato con una colata di bronzo fuso, applicata secondo una tecnica particolare che evita sgocciolamenti o sbavature.
La cerimonia si conclude con il cammino di ritorno. Durante questo tragitto, i parenti del defunto ricevono le condoglianze dei partecipanti e consumano il cibo loro offerto in segno di cordoglio.
L’intera mappatura della necropoli è affidata ai sacerdoti di Dera, che ne supervisionano l’organizzazione. Una grande parete in pietra, situata all’ingresso del sito funerario, riproduce la sezione della necropoli e riporta i nomi e i numeri delle gallerie. Ogni nuovo defunto aggiunto viene registrato su questa mappa. Sebbene le attività di manutenzione siano svolte da soldati e operai specializzati, la responsabilità e la direzione dei lavori ricadono sui sacerdoti, che vegliano sulla sacralità del luogo.
Una destinazione diversa è riservata ai sovrani Djare. I loro feretri vengono tumulati nella cosiddetta "Grotta dei Re", una vasta caverna scolpita con decorazioni architettoniche che rievocano l’interno di un tempio. L’ingresso, simile a una facciata cattedrale, si apre su un’anticamera naturale. L’interno è illuminato da grandi lampadari che diffondono una luce chiara, riflessa sulle pareti levigate e sul pavimento in pietra lucida. I sovrani sono sepolti in sarcofagi di pietra sui cui coperchi è scolpita, a grandezza naturale, una rappresentazione del re in posizione supina. Una lastra posta ai piedi del rilievo riporta il nome del sovrano, il periodo di regno e le imprese memorabili.
Anche i Morgat e gli Archon hanno il privilegio di essere sepolti nella Grotta dei Re. Le loro tombe si trovano lungo le pareti laterali, lasciando lo spazio centrale ai Djare. I Morgat riposano in posizione supina all’interno di nicchie simili a quelle degli altri membri della comunità. Gli Archon, invece, sono collocati in posizione eretta; le loro lapidi presentano un bassorilievo che riproduce il volto del defunto, i cui occhi guardano verso il sovrano a cui furono fedeli.
La visione dell’oltretomba nel regno di Djare è semplice e legata alle esperienze vissute. Dopo la morte, lo spirito di uno Djaredin percorre la “via del giusto”, durante la quale rivive ogni episodio della propria esistenza, positivo o negativo. In questa dimensione al di fuori del tempo e dello spazio, avrà modo di riflettere su tali eventi. Al termine del percorso, le colpe saranno espiate, i difetti annullati, e le virtù riconosciute. Solo allora potrà proseguire lungo la “via del saggio e del guerriero”, divenendo un soldato sapiente e virtuoso al servizio del Glorioso Esercito guidato dal dio Korg e dal suo consigliere Berzale.
Questo esercito si dice risieda in un’immensa caverna, la cui volta è il cielo, le pareti gli alberi e il vento, e il pavimento una distesa verde. Vi scorrono fiumi e vivono animali; montagne maestose ospitano grotte di pietra sottile e trasparente, dalle quali filtra la luce di Korg. In questo luogo, i soldati non conoscono né fame né sete, né freddo né caldo, né la fatica. Vegliano eternamente sul popolo di Djare, scacciando ogni sventura e spirito maligno che osi minacciarlo. Coloro che in vita furono Djare diventeranno capitani, e i Morgat siederanno accanto a Korg nel Consiglio celeste, in qualità di consiglieri.