In principio, quando ancora non esistevano divinità, né popoli, né alcuna forma di realtà, vi era soltanto il nulla: un abisso senza tempo, intriso di caos, oscurità e imperfezione. Ma da quel vuoto informe, prima ancora che qualcosa prendesse forma, emerse un pensiero. Una scintilla sottile e luminosa che portava con sé ordine e chiarezza, la prima espressione della perfezione nel cuore del disordine. Quel pensiero primordiale non rimase solo: si moltiplicò e divenne quattro. Tre di queste manifestazioni presero coscienza e nome: Korg, Berzale e Dera. La quarta, invece, si fece moltitudine e da essa nacque il popolo.
I tre primi nati assunsero la natura degli dèi e presero dimora e dominio secondo ciò che rispecchiava il loro essere. Korg, la forza creatrice, divenne il signore della luce e della potenza, scelto come guida e modello per tutti. Berzale, più vicino alla scintilla originaria, si fece sovrano del sapere, della memoria e della comprensione. Dera, che osservava dal confine tra luce e tenebra, rifiutò ogni titolo: preferì dimorare al limite tra ciò che è e ciò che non è, sorvegliare l’ignoto e custodirne i segreti. Il pensiero trovò espressione nella parola, e fu tramite essa che gli dèi dettero forma a ogni cosa.
Ma la perfezione era ancora lontana. Tra l’essere e il non essere, tra luce e ombra, tra affermazione e negazione, si estendeva un conflitto inevitabile. La guerra divenne condizione essenziale del mondo, espressione dell’equilibrio stesso. Gli dèi si resero conto che solo la quarta parte, quella che era diventata popolo, poteva inclinare la bilancia. Così, dopo la comparsa degli dèi, dopo la nascita del tutto, il popolo prese nome: Djaredin. Non ricevettero regni o grandi poteri, ma furono dotati di movimento, cambiamento, capacità di innovazione. Essi si sarebbero moltiplicati, avrebbero portato la luce dove vi era oscurità, combattuto le tenebre e creato perfezione laddove mancava. Korg giurò di proteggerli e guidarli. Berzale promise che sarebbe vissuto nei loro pensieri, alimentando la loro mente. Dera, emergendo silenzioso dalle profondità oscure, disse soltanto che avrebbe ricordato loro, di tanto in tanto, il loro compito e il loro posto nel mondo.
Là dove non esistono confini né di spazio né di tempo, nella leggendaria Rocca Gemmata, un’immensa montagna tanto vasta alla base quanto tutte le Terre del Nord, scolpita nella roccia più antica e adornata con fasce di metallo e gemme incastonate, si trova la dimora di tutte le divinità dei nani. È in questo luogo che la Triade – Korg, Berzale e Dera – risiede. Korg, il Padre di tutti i Nani, signore della Fucina Eterna, è colui che li ha forgiati sull’Incudine del Tempo, dando vita ai primi del loro popolo, noti come Padri Maestri. Da lui è nato il popolo Djaredin.
Si narra che, nei primissimi giorni della storia, Korg abbia insegnato a ciascuno dei Padri Maestri una diversa arte, rendendoli mastri assoluti nei rispettivi saperi. Furono loro a trasmettere queste conoscenze alle generazioni future: l’arte della metallurgia, l’estrazione dei metalli, la lavorazione della pietra, l’artigianato e ogni mestiere pratico che definisce la civiltà dei nani. Così, attraverso secoli di dedizione e memoria, quei saperi sono giunti intatti fino agli artigiani djaredin di oggi.
Ma il cammino del popolo non era destinato a rimanere pacifico. In vista dei tempi oscuri che li attendevano, Korg, il Dio Guerriero, insegnò loro anche l’arte della guerra. Insegnò come forgiare armi e armature, come difendersi e combattere per onore e giustizia.
Se Korg ha donato ai nani il sapere pratico e la forza per difenderlo, Berzale ha trasmesso loro la parola scritta: fu lui a insegnare la lingua djaredin, il Kyl. Ma il Custode del Sapere non si limitò a ciò. Instillò in loro un desiderio instancabile di conoscenza, una curiosità che abbraccia ogni forma di sapere, con una predilezione per la tecnologia e l’applicazione pratica delle idee.
Infine, Dera, il Signore dei Misteri, agì in silenzio. Nel cuore dei nani pose un senso profondo di rispetto e cautela verso ciò che è sconosciuto o incerto. Da lui deriva la naturale diffidenza dei djaredin, che non si gettano mai in azione avventata, ma preferiscono riflettere e valutare, lasciando che siano la saggezza e la ragione a guidare le loro scelte.
Un antico scritto sacro djaredin racconta, con parole semplici e dense di significato, l’essenza di tale prudenza:
“…la stessa sensazione che si prova a camminare su di un ponte: nonostante sia solido e costruito in maniera ineccepibile, esso rimane tuttavia sospeso nel vuoto. Un vuoto pericoloso, che come tale va tenuto in considerazione, poiché fin quando non si attraversa il ponte, nessuno può sapere se esso reggerà anche quando avrà imboccato la via del ritorno…”. Così i nani vivono, con i piedi saldi sulla pietra e lo sguardo fisso verso l’oscurità, pronti a forgiare luce anche dove sembra impossibile.