Economia

L’economia del regno di Djare si fonda su un sistema chiuso e autosufficiente, modellato dall’isolamento assoluto rispetto agli altri popoli e razze. Inizialmente, in assenza di relazioni esterne, il commercio si sviluppava esclusivamente all’interno della comunità. 

Con il tempo, l’insoddisfazione per un’economia interna stagnante e un sistema normativo troppo rigido ha spinto molti Djaredin a cercare fortuna altrove. Inizialmente dediti al commercio con il Regno di Helcaraxe, estesero gradualmente la propria rete commerciale, fino a sviluppare anche canali di contrabbando per metalli, pietre preziose e manufatti nanici, noti per la loro qualità e rarità. Questo fenomeno, unito al malcontento verso i governi succedutisi, incapaci di rispondere ai cambiamenti sociali, spinse numerosi individui e intere famiglie a lasciare silenziosamente la propria terra natale.

Molti si integrarono in altre civiltà, attratti dal mondo di superficie evocato nei racconti dei musici. Sebbene inizialmente accolti con diffidenza, con il tempo alcuni di essi vennero accettati e diventarono parte integrante di nuove comunità. Fu da questa diaspora e da questo desiderio di indipendenza che nacque Nuran Kar, oggi ben conosciuto in tutta Ardania.

Fra le attività più diffuse, e legate alla tradizione più antica del popolo Djaredin, vi è l’estrazione mineraria. Il sottosuolo abbonda di minerali rari e preziosi, da cui i minatori più esperti ricavano leghe pregiate e resistenti. Le pietre più adatte vengono invece affidate agli scalpellini, che le trasformano in materiali da costruzione. Questa generosa ricchezza di materie prime ha permesso al popolo di Djare di mantenere viva l’arte che più lo rappresenta: la lavorazione dei metalli. In quanto popolo guerriero, i Djaredin vantano una lunga e raffinata tradizione di fabbri ed armaioli. Fin dalle epoche più remote, essi forgiano armature dalla manifattura eccezionale, comode al punto da sembrare vesti di seta, e al contempo dure come roccia viva; armi possenti e letali, forgiate nei metalli più duri e difficili da plasmare.

Nonostante la scarsità di materia prima, gli Djaredin eccellono anche nella concia delle pelli. Ogni arma, ogni oggetto di metallo è concepito non solo per l’uso, ma come espressione di identità e status: possedere una determinata arma equivale a distinguersi nella società. I giovani che raggiungono la maturità sessuale ricevono in dono un’arma dagli altri uomini della famiglia, mentre con l’ingresso nell’età adulta è consuetudine indossare un’armatura appartenuta a un genitore, simbolo tangibile del nuovo peso che grava sulle proprie spalle.

I fabbri del regno, veri maestri nella lavorazione dei metalli preziosi, realizzano manufatti finemente decorati e cesellati, la cui bellezza può competere con i gioielli più raffinati delle civiltà di superficie.

Anche agricoltura e allevamento, inizialmente quasi del tutto assenti, hanno saputo ritagliarsi un ruolo rispettabile tra le attività sotterranee. Durante il grande esodo, solo pochi animali sopravvissero alla migrazione: le bestie di grossa taglia, come bovini e animali da soma, perirono rapidamente, incapaci di adattarsi al nuovo ambiente. L’unica eccezione fu il maiale, che divenne una risorsa fondamentale. Questo animale garantì la sopravvivenza della comunità grazie alle sue carni, al suo sterco essiccato – impiegato come combustibile e fertilizzante – e al suo fiuto, prezioso per individuare radici e tuberi nel buio del sottosuolo.

L’agricoltura, ostacolata dalla mancanza di luce solare, si sviluppò lentamente. I primi anni furono dedicati alla raccolta di ciò che il sottosuolo già offriva: una varietà insospettata di vegetali, funghi, muffe e radici che diedero nuova speranza alla popolazione. Ancora oggi si coltivano funghi e verdure bianche, adattate all’ambiente caldo-umido e illuminate dalla tenue luce artificiale di fuochi e torce che costellano le caverne. Il guano dei pipistrelli, raccolto in specifiche grotte, ha consentito la coltivazione di semi portati con sé durante l’esodo, sebbene il clima sotterraneo permetta solo la crescita dei germogli, lasciando ad altre tecniche il compito di ottenere nuovi semi.

Tra le colture più singolari spicca una pianta simile a una muffa, che può raggiungere l’altezza di un Djaredin adulto. Cresce in ambienti umidi e semi-acquatici, dove il calore ne accelera lo sviluppo. I suoi lunghi steli, una volta essiccati, vengono utilizzati come materiale per l’artigianato e l’edilizia. Ma la parte più pregiata è la folta peluria che avvolge la base: una sorta di cotone sotterraneo che, filato con cura, produce un tessuto pesante, resistente e facilmente lavorabile o colorabile. Questo materiale ha permesso alla sartoria di rifiorire, rappresentando una valida alternativa alla tela di ragno – certamente più pregiata, ma rischiosa da ottenere – e contribuendo al mantenimento del livello culturale della comunità.

Anche per il legname è stata trovata una soluzione alternativa: un fungo noto come “dei titani”, capace di raggiungere dimensioni impressionanti. Il suo gambo, se trattato adeguatamente, acquisisce caratteristiche simili a quelle del legno, e può sostituirlo efficacemente. Tuttavia, la sua rarità lo rende un bene estremamente prezioso. I re di Djare ne hanno vietato il commercio per prevenire speculazioni, stabilendo che chiunque ne scopra un esemplare debba segnalarlo ai funzionari del regno. In cambio, il scopritore ha diritto a una quantità pari a un terzo del materiale raccolto, da destinare alla costruzione di un’abitazione o di mobili per sé o per i propri figli.

Un altro settore, seppur di dimensioni ridotte, riveste un ruolo essenziale: il commercio delle cavalcature, noto tra i Djaredin come “commercio delle necessità”, per via della molteplicità di impieghi degli animali coinvolti.

Il principale è lo scarafaggio gigante, risorsa preziosa per molteplici motivi. Può essere impiegato come cavalcatura, ma anche macellato per ricavarne carne, utile soprattutto per la preparazione di stufati a base di funghi. Le sue parti di scarto vengono conservate nelle aree più fredde delle grotte e utilizzate come nutrimento per il secondo animale allevato dal popolo: la lucertola gigante. Lo scarafaggio svolge anche un ruolo fondamentale nello smaltimento dei rifiuti solidi della comunità, nutrendosi degli scarti e assicurando, al contempo, il mantenimento delle riserve alimentari.

Le lucertole giganti, rarissime e cieche dalla nascita, presentano un colore bianco intenso. Si nutrono principalmente di scarafaggi e, a causa del loro costoso mantenimento, solo poche possono essere allevate. Sono impiegate come animali da soma nelle costruzioni o per trainare carichi pesanti, mentre il loro utilizzo come cavalcature è limitato per via dell’elevato consumo alimentare. Il re Thorreg GridoPossente ha introdotto un’importante innovazione: la tesoreria reale sostiene un piccolo gruppo di questi animali, destinato a coprire tutte le necessità strategiche – dall’estrazione mineraria all’escavazione – garantendo così alla comunità un supporto costante ed efficiente.