L’attività del popolo Djaredin si distingue per una frenesia e un'efficienza che ricordano un immenso formicaio. L'ambiente sotterraneo e l’operosità degli abitanti si fondono in una comunità fortemente organizzata, in cui ogni individuo svolge il proprio compito con dedizione e rigore. Le professioni sono rigidamente suddivise, sia in termini gerarchici sia funzionali, e il lavoro rappresenta non solo una fonte di sostentamento, ma anche un motivo d’orgoglio e di riconoscimento sociale. Non esistono distinzioni di genere o di età nell’accesso al lavoro, benché l’esperienza sia naturalmente valorizzata. L’unica forma di umiltà accettata è quella di chi si affida interamente agli insegnamenti dei maestri, siano essi artigiani, militari o intellettuali.
Gli artigiani plasmano con abilità le materie prime offerte dal sottosuolo, alimentando un mercato interno costantemente attivo. Le transazioni avvengono principalmente tramite l’uso di monete d’oro, chiamate “pezzi” o “scudi de re”, ma il baratto mantiene ancora una sua rilevanza, retaggio degli anni più duri del confino.
Nonostante la natura austera della società, le locande e le osterie sono luoghi vivaci, frequentati da minatori e artigiani che vi sostano durante le pause dal lavoro. In questi spazi si consumano pasti, si beve una caratteristica birra di radice – scura, amara e schiumosa – e si partecipa alla vita comunitaria. Tali luoghi fungono da centri di aggregazione, dove ci si ritrova per conversare, giocare a dadi o a scacchi, e ascoltare i musici, custodi di racconti e canzoni che celebrano il passato glorioso del regno di Djare.
I musici djaredin svolgono un ruolo fondamentale nella trasmissione della memoria collettiva. Le loro storie, tramandate oralmente, differiscono da quelle ufficiali custodite nelle biblioteche o nei templi, e parlano direttamente all’animo. Anche nel contesto del sottosuolo, dove i movimenti sono limitati, i bardi conducono una vita errante, spostandosi tra presidi, giacimenti e piantagioni, spesso vagando senza meta in cerca d’ispirazione o di notizie da condividere.
La famiglia costituisce il fulcro della società djaredin. In ricordo dell’antico sistema clanico, il nucleo familiare è più esteso rispetto a quello umano o elfico. Il capofamiglia è generalmente il membro più anziano; alla sua morte, il ruolo passa al figlio maggiore, purché abbia raggiunto l’età adulta, altrimenti è la madre a esercitare la funzione fino alla maturità del figlio. In passato si viveva sotto lo stesso tetto, ma con il miglioramento delle condizioni di vita, la consuetudine è cambiata: oggi i membri della stessa famiglia abitano in case separate, ma vicine. Tra consanguinei si usa chiamarsi “fratello”, anche se il legame è differente, mentre tra non parenti si usa spesso il termine “cugino”.
Il ciclo vitale dei Djaredin è lungo: si raggiunge la maturità sessuale attorno ai 70 anni e l’età adulta a 110. I matrimoni avvengono tra gli 80 e i 120 anni, periodo in cui le donne hanno la massima fertilità. Successivamente, le possibilità di concepimento diminuiscono fino alla sterilità, che si manifesta intorno ai 1200 anni. Nonostante la cultura sia tradizionalmente monogama, non vi è traccia di sessismo: le djaredine godono di pari dignità, possono accedere a cariche militari e religiose – eccetto il sacerdozio di Korg – e, sebbene non possano essere sovrane, esiste almeno un caso storico di una djaredin divenuta Morgat.