Nella Valle di Kelthra cresce il Tulip Nero, nato da uno dei germogli sottratti dai drow al Tulip di Ondolinde e successivamente piantato dall’Ordine delle Ombre.
I Guardiani non lo considerano lo stesso albero, ma ne riconoscono l’origine comune e vi leggono un significato profondamente luughita. Come il Primo fu allontanato senza che la sua Verità potesse essere cancellata, così quel germoglio, separato dalla propria origine, continuò a vivere e mise radici altrove.
Per questo il Tulip Nero è per l’Ordine un simbolo di ciò che può essere reciso, nascosto o dimenticato senza andare perduto. La sua presenza nella Valle, insieme agli spiriti degli Odo evocati dai Machtar Yaren che ancora lo proteggono, appartiene a una storia sacra che i Guardiani riconoscono e custodiscono.
Da qui nasce anche parte del loro rapporto con il Profondo: cercare ciò che è stato sepolto, dimenticato o allontanato significa cercare ciò che della Verità del Primo può essere sopravvissuto lontano dagli occhi del mondo.
LA DEVOZIONE
Il culto del Primo all’interno dell’Ordine è prerogativa della Via del Perfetto.
I Guardiani non cercano Luugh alzando lo sguardo, ma rivolgendolo verso ciò che giace sotto. Una galleria appena aperta, una rovina sepolta o una soglia che conduce nel Profondo possono assumere un valore religioso prima ancora che pratico.
Il culto è fatto soprattutto di gesti semplici e ripetibili. I Guardiani ritengono che ciò che deve sopravvivere per generazioni debba poter essere ricordato e praticato senza bisogno di un tempio, di un sacerdote o di un libro.
Alla Via del Perfetto spetta custodire questi riti, tramandarli ai nuovi venuti e consacrare altari e luoghi destinati al culto.
IL RITO DELLA SOGLIA
Ogni discesa nel Profondo comincia con un gesto.
Prima di oltrepassare una soglia, il Guardiano passa tre dita sulla pietra.
Quel che è sepolto non è perduto.
Alla prima discesa, all’apertura di un passaggio mai percorso o quando si entra in un luogo considerato sacro, il gesto assume una forma maggiore. Chi scende incide il proprio palmo e lascia alcune gocce di sangue sulla soglia.
Per il nuovo venuto la prima discesa è preceduta dalla benedizione di un sacerdote della Via del Perfetto, che gli impone le mani sul capo.
Il Perfetto ti veda. Il Perfetto ti riconosca.
Subito dopo è il nuovo venuto stesso a versare il proprio sangue sulla soglia.
Non è ancora un Guardiano, ma da quel momento ha cominciato a percorrere la stessa via.
Il gesto è breve per necessità e per scelta. Un rito complesso appartiene a chi lo conosce; un gesto che richiede pochi istanti può attraversare generazioni.
UNA FEDE CHE METTE RADICI
I Guardiani non considerano la predicazione l’unico modo di diffondere una fede.
Un’abitudine è molto più difficile da estirpare, per questo vengono utilizzate formule, piccoli gesti, canti e consuetudini dell’Ordine anche lontano da Barad Dhaerim senza che ne venga necessariamente spiegata l’origine.
Un mercante passa tre dita sul banco prima di iniziare la giornata. Un viaggiatore pronuncia quel che è sepolto non è perduto davanti a una rovina. Un canto religioso diventa una melodia da lavoro, finché chi lo intona non sa più a quale fede appartenesse.
In alcune campagne dell’Hildoriath, quando viene interrata una giovane vite o si coprono le radici prima dell’inverno, i contadini intonano ancora quattro versi. Li cantano lentamente, con le mani sporche di terra, mentre l’ultimo sole della stagione scompare dietro i filari. Gli anziani li insegnano ai bambini come furono insegnati a loro: un semplice augurio perché la pianta attecchisca e sopravviva abbastanza a lungo da dare frutto.
Che la radice trovi la terra,
che il germoglio resista alla notte,
che ciò che cresce non venga reciso,
e a suo tempo maturi il frutto.
Nessuno, ascoltandolo, avrebbe motivo di riconoscervi una preghiera.
Ed è precisamente questo il punto.
Per i Guardiani una fede può sopravvivere anche quando il suo nome viene dimenticato. Una formula ripetuta abbastanza a lungo può diventare un’abitudine, entrare nella vita quotidiana e preparare il terreno perché, un giorno, qualcuno ne riconosca l’origine e torni al nome del Primo.
Quando un contadino che non ha mai sentito pronunciare il nome di Luugh affida alla terra quelle parole e le insegna a suo figlio, una radice è già stata piantata.
«Udii quei versi in un canto di vendemmia sulla strada per Rotiniel. Interrogai i contadini: dissero che si era sempre cantato così e che non significava nulla.
Uno solo, il più vecchio, ricordava una regola: andava cantato quando una nuova pianta veniva affidata alla terra o quando le radici venivano coperte per l’inverno.
Gli domandai chi glielo avesse insegnato.
Indicò suo padre. Suo padre, disse, lo aveva imparato dal proprio.»
— dai taccuini di un cronista di Valinor, senza firma