LE TERRE DEGLI UOMINI
La rivincita dei draconiani
Le prime ombre vennero dal cielo: draconiani avvistati ovunque, galeoni infestati, assalti contro gendarmerie e monasteri, fino al presidio del passo dell’Orus Maer, che solo l’intervento dei popoli del nord e della montagna riuscì a liberare. Dietro quella furia alata c’era Egmund Varil, un tempo manipolatore del Flux, ora creatura corrotta dalla draconite, che aveva spezzato il proprio corpo ma non la sua lucidità.
Comprendendo di non poter più tornare umano, Egmund scelse la via del contagio: progettò un veleno per infettare le acque e un amuleto per soggiogare i draconiani, radunò un esercito e aprì portali per occupare la gendarmeria, rifugiandosi nel Cheshire per completare il rito. Ma la sua nuova “razza” non ebbe il tempo di dilagare: un’alleanza di guerrieri e maghi di molti popoli lo affrontò in uno scontro decisivo, spezzò l’amuleto, uccise Egmund e fermò l’ondata prima che Ardania fosse sommersa dalla piaga draconiana.
Guerra di Seliand e Centuria amoniana
All’inizio dell’anno, l’Impero di Amon alzò nuovamente i vessilli di guerra contro Loknar, trascinando nella contesa anche Hammerheim e usando i Cavalieri dell’Alba come pretesto per intimare la revoca dei bandi a loro sfavore. La risposta del campo fu chiara: dopo scontri duri e un incontro diplomatico degenerato per l’aggressione dell’amoniano Norman Uthrjl al Primo Consigliere delle Westlands, Amon subì una pesante sconfitta.
Nel mese di granaio, il console Drake Xaladier dovette firmare la pace: Seliand passò alle Westlands, ponendo fine a vent’anni di dominio amoniano, e i Cavalieri dell’Alba, prendendo atto del nuovo equilibrio, revocarono il bando nei confronti di Loknar e Hammerheim. Mentre il Prefetto del Pretorio spariva dalla scena, il Centurione Vyn von Hagens raccolse i malcontenti contro Drake, accusandolo di gestione debole e di aver lasciato impunito Norman.
Dopo l’estate, Vyn spezzò il giuramento alla Legione e fondò la Centuria: si dichiarò fedele all’Imperatore ma non al Senato, cercando sostegno tra i regni mentre Amon, a sua volta, si muoveva per arginare la minaccia interna. La contesa per alleati attraversò tutte le corti umane e persino le sale dei Nani, che in un primo momento negarono il loro aiuto a causa di accordi con gli elfi dell'Ordine dei Primi Nati, ma alla fine fu il console Drake Xaladier a prevalere, ottenendo l’appoggio degli altri regni umani e del Regno di Djare per spegnere sul nascere la rivoluzione della Centuria.
Quando a fine Orifoglia la Centuria si arrese, Vyn scelse la fuga: un artefatto incantato lo strappò alla morte e lo cancellò dal campo di battaglia, lasciando dietro di sé solo rovine e un’eco di sconfitta.
L’invasione di Tholagur
Già nell’anno precedente, le guerre umane avevano lasciato varchi aperti per altri nemici. Approfittando del conflitto tra Amon e Hammerheim, l’orda orchesca di Tholagur aveva conquistato Forte Agravain passando per le caverne dell’Orquirian, costringendo l’Impero a erigere una barriera magica per contenerla.
Il 22 Adulain un’offensiva congiunta della Legione amoniana e dei Cavalieri dell’Alba travolse l’orda: Tholagur cadde e i suoi guerrieri furono sterminati. In mezzo a quel furore, il Tempio di Aengus fu avvolto da fiamme soprannaturali che ne impedirono la profanazione; solo dopo si scoprì che era stata Erennia Armoria, figlia dell’ex Custode, a evocare quel fuoco sacro usando cristalli della Cittadella del Martello. Il Gran Maestro dei Cavalieri la scelse come alleata per domare il turbine di fuoco che proteggeva la Cittadella, e poco dopo venne ordinata la rioccupazione e la difesa del tempio, affinché nessuna forza oscura potesse più varcarne le soglie.
Il segreto del Trivio
Nel mese di Madrigale, lontano dai grandi fronti, un’altra storia prese forma sugli scogli dell’arcipelago perduto. Una bottiglia portata dal mare rivelò il nome di Bravar Halven, quartiermastro del Trivio: un uomo che aveva scoperto, sotto la locanda, vene di adamantio e valorium intatte, e per questo era stato imprigionato e torturato dalla banda dei liutai.
Gli Artigli d’Argento lo trovarono mezzo morto ma ancora deciso a parlare; con le sue mappe tracciate sulla sabbia, si infiltrarono nel Trivio, liberarono i prigionieri e affrontarono la banda. Nel loro ultimo atto, i liutai scelsero l’autodistruzione: un’esplosione divorò gran parte della locanda, e Everyk il Liutaio morì tra le fiamme che lui stesso aveva acceso.
Quando il fumo svanì, Bravar indicò l’ingresso al tesoro nascosto e giurò che il Trivio sarebbe rinato come avamposto di chi affronta il pericolo a viso aperto. Gli Artigli d’Argento lo presidiarono per qualche tempo, fortino solitario sopra una ricchezza addormentata, finché, prima che l’anno volgesse al termine, non riconsegnarono la locanda al Regno di Hammerheim, antico proprietario del luogo prima dell’invasione orchesca.
I portali demoniaci
Nel cuore di Dodecabrullo, come se tutto il sangue e la magia dell’anno non fossero bastati, Ardania fu trafitta da ferite nel tessuto stesso della realtà. Portali oscuri si aprirono in luoghi lontani tra loro, e da ognuno di essi risuonò la voce di un demone antico, imprigionato per secoli in un anello maledetto.
Quando qualcuno accettò quell’anello e lo distrusse, credendo forse di spezzare un male, liberò invece la sua essenza: l’entità, ancora indebolita ma colma di rancore, tornò a imporre il proprio volere. Ora reclama l’anima di chi l’ha liberata, seguendo quella traccia come un segugio d’ombra e aprendo portali ovunque la sua ira lo conduca.
Le cronache non dicono ancora quale sarà il destino dell’uomo che ha osato spezzare il sigillo, né se gli eserciti già stremati avranno la forza di fronteggiare un nemico che non marcia ma sussurra da ogni varco nel mondo. Quel che è certo è che, alla fine del 289, le Terre degli Umani camminano su una soglia sottile, con i passi segnati da guerre finite, rivoluzioni spente e poteri antichi appena ridestati.
DORIATH - 12ª parte della 23ª fioritura
Barad Dhaerim e l’ombra dei cristalli
Dopo la rovina di Ceoris e l’assalto fallito a Ilkorin, i cristalli oscuri dei Drow continuarono a riverberare il loro veleno nel cuore del reame elfico. Nel mese di PostApritore, un manipolo di elfi seguì le tracce di quel potere fino a una cava dimenticata, dove creature cristalline vegliavano su un nucleo pulsante come un cuore corrotto. Gli incantatori decisero di spezzare la minaccia alla radice: il cuore fu distrutto e l’intera struttura crollò in un’esplosione di energia che sconvolse l’equilibrio magico della regione.
Quando giunse Adulain, il velo d’incanto che da tempi immemorabili celava Barad Dhaerim si dissolse. Emersa dal non-ricordo come una cittadella di potere antico, essa offrì la propria rivelazione solo a pochi eletti: guidati dalla profetessa Lirrath, i Luughiti di Barad Dhaerim invitarono unicamente l’Ordine dei Primi Nati a varcare le sue soglie, in nome della comune fede nel Perfetto. A loro fu concesso ciò che agli altri elfi restò precluso: accesso a un luogo sacro e pericoloso, in cambio dell’obbedienza alle sue leggi e alla sua sacralità.
Nord ghiacciato, orgoglio elfico
Nel medesimo PostApritore, ben lontano dalle torri e dai templi, le nevi di Helcaraxe divennero arena di uno scontro di orgogli. Tre elfi di Rotiniel e Valinor, sorpresi a manipolare magie nei territori della Baronia e accusati di insulti ai Clan, accesero la collera dei nordici.
Il Clan Helgrind e il Clan Valdar chiamarono i regni elfi a un confronto formale, dando loro sette giorni per rispondere, sotto minaccia di guerra aperta. Una successiva incursione di un contingente alvar portò a una breve ma aspra schermaglia presso Helcaraxe, che si concluse con la vittoria dei clan della Baronia. Gli elfi, sconfitti, piegarono il capo accettando il verdetto dei nordici, e la tempesta si placò per il momento, lasciando però un crepaccio di diffidenze tra le foreste del Doriath e le lande ghiacciate del Nord.
l’Hildoriath alla prova delle guerre umane
Nel 289° anno, anche l’Hildoriath fu scossa dai venti di guerra che spiravano sul continente umano.
Il patto con Amon
Il 27 Solfeggiante, il Console amoniano Drake Xaladier varcò i confini elfici per incontrare l’Herumor dei Primi Nati. In quell’udienza, il Senato di Amon riconobbe ufficialmente la sovranità dei Primi Nati, elevandoli a unici interlocutori tra gli elfi, sospendendo ogni rapporto con gli altri regni del Doriath e comandando ai propri cittadini di onorare le creature sacre e i loro culti.
Quella scelta, come una pietra gettata in acque quiete, produsse cerchi sempre più ampi: Rotiniel e Valinor, sentendosi traditi e scavalcati, finirono per guardare con maggior favore alla Centuria di Vyn von Hagens, che si opponeva al Console e alla sua linea.
Eracles e il sangue versato
Quando il sole di Orifoglia sorse sul 1° giorno del mese, le trame si incrociarono a Eracles. Lì, la Centuria e il Senato amoniano si incontrarono per tentare un fragile dialogo, e accanto agli umani comparvero delegati elfici, testimoni attenti di un equilibrio che stava spezzandosi. Ma le parole degenerarono in accuse, le accuse in clangore di ferro: l’incontro finì nel sangue, una battaglia feroce che macchiò di rosso la città e rese chiaro quanto ormai fosse sottile il confine tra mediazione e guerra aperta.
I proclami dell’Hildoriath
Alle notizie di Eracles, i reami elfici risposero non con lame, ma con parole taglienti come spade. Rotiniel sospese gli scambi con gli umani e dichiarò ostili le regioni tra Seliand e le Terre Orchesche, fatta salva solo l’isola neutrale del Monastero. Valinor denunciò l’aggressione ai propri emissari e proibì ai suoi di intraprendere nuove missioni diplomatiche al di fuori delle terre elfiche.
Poi, il 19 Orifoglia, calò il proclama più duro: la Collettività Eldar annunciò che i regni elfici non sarebbero più intervenuti negli affari degli uomini. Le loro foreste e città sarebbero rimaste aperte solo a chi sapesse dimostrare rispetto e valore, mentre il resto del mondo umano veniva lasciato al proprio destino, libero di bruciare o salvarsi senza la mano degli Eldar a sorreggerlo.
Ombre tra gli alberi
Così, in superficie, l’Hildoriath parve ritirarsi, chiudendosi in un silenzio antico: i sentieri verso le sue città divennero più difficili, gli ambasciatori più rari, i porti di Rotiniel meno affollati di vele aliene. Eppure, sotto quella quiete apparente, i passi dei Primi Nati risuonavano come mosse su una scacchiera invisibile, parte di un disegno che pochi riuscivano a leggere.
Mentre gli uomini combattevano le loro guerre senza più alleati elfici, tra i tronchi dell’Hildoriath e le torri di pietra bianca già serpeggiavano nuove trame: giuramenti sussurrati, antichi rancori ravvivati, piani pazienti che attendevano solo il momento giusto per risvegliarsi e piegare ancora una volta il destino del continente elfico.
Ilkorin, città sospesa
In Orifoglia, quando le foglie si tingono d’oro e di addio, Ilkorin, già svuotata e abbandonata per timore dei Drow, smise di essere solo una reliquia muta. Nella sera del 21, fu l’Ordine dei Primi Nati a farne di nuovo una dimora: entrarono senza assedio né clangore d’armi, issando le proprie insegne sulle torri spoglie come se rispondessero a una chiamata antica.
Un messaggio raggiunse allora Valinor e gli altri regni elfici: nessuna spada sarebbe stata sguainata per prima, ma ogni passo ostile avrebbe trovato risposta. Gli Ordini invitarono le corone del Doriath a parlamentare entro le mura di Ilkorin, senza Pereldar né uomini, solo elfi a giudicare il destino degli elfi. L’incontro avvenne sotto un cielo teso come un arco: i Primi Nati parlarono di purezza e salvaguardia del reame, di un Doriath da preservare da contaminazioni e debolezza, mentre Valinor e gli alleati, pur ascoltando, li guardavano come incarnazione dei vizi di Luugh. Nessuna promessa si fece pietra, nessun patto si sigillò davvero: Ilkorin rimase sospesa tra quiete e tempesta, in attesa del prossimo passo.
Le Acque che Tremano
Nel cuore di Dodecabrullo, quando il mondo sembra trattenere il respiro invernale, a Ilkorin si celebrò la Cerimonia dei Sogni in onore di Morrigan. Sotto il cielo gelido, mentre inni e preghiere salivano al firmamento, figure innaturali scivolarono tra le nuvole e un torpore straniante avvolse i presenti, confondendo sonno e veglia.
La terra tremò, e dal confine assottigliato tra i reami emerse uno Spirito d’Acqua di alto rango, messaggero della corte della Custode delle Acque Interne. Parlò di un patto remoto, stipulato con gli antenati degli elfi per proteggere e bilanciare le acque del Doriath, ora violato dall’invasione di Spiriti d’Acqua stranieri provenienti dai reami esterni. Vortici apparvero nelle foreste e nelle radure, gorghi ribollenti da cui emersero creature fatte di acqua e volontà altrui; ogni scontro, una lotta per respingere l’infiltrazione.
Laddove i nemici cadevano, il gorgo si richiudeva lasciando Gocce Cristallizzate, scintille effimere di potere invasivo. Raccolte da elfi e druidi in rischiose cacce, queste gocce venivano offerte alla fonte della Ninfa a Falmalonde, perché tornassero a nutrire la corte della Custode e a rinforzare le sue difese. I regni risposero al richiamo, memori delle antiche alleanze con le potenze dell’acqua, ma diffidenze e silenzi umani ed elfici continuarono a incrinare il fronte mortale. Così il Doriath rimase sospeso tra due pressioni: l’eco di un giuramento ancestrale e l’avanzata di forze liquide ai margini della realtà, mentre il verdetto delle Acque, salvezza o sommersione, restava nascosto nel fondo di un lago che nessuno aveva ancora osato guardare fino in fondo.
POPOLO DELLA MONTAGNA - 4254 - CICLO DI OCCHIORUGGENTE
Focolari di guerra e alleanze
All’inizio dell’anno, i Nani della Gemma si trovarono al centro di una rete di patti e rancori che attraversava il Continente Umano. Amon, Hammerheim, Loknar si contendevano alleanze e tregue, mentre i Draconiani minacciavano i passi montani e la guerra civile amoniana covava come brace sotto la cenere. Il popolo djaredin, pur forgiato nella roccia, dovette scegliere da che parte far tuonare i propri martelli: trattò con consoli, re e capitani, finché Thorreg Gridopossente non proclamò che l’Armata della Montagna avrebbe marciato al fianco dei Lealisti amoniani, ponendo condizioni dure come mithryl: bando degli elfi dall'Impero, nessun non-morto in guerra, e libertà futura di muovere contro le terre maledette di Edorel.
Da Kard Dorgast alle caverne di Grungron Drak, i tamburi di guerra risposero all’appello, mentre Nuran Kar diveniva luogo di tregue difficili e di ultimatum alla Centuria ribelle di Vyn von Hagens, cui i Nani imposero prove di sangue per guadagnarsi il loro favore. Quando infine gli eserciti si raccolsero ad Eracles, l’assedio si spense in modo grottesco: Vyn, il ribelle tanto atteso, si limitò a gettare nella notte mantello e tunica, dissolvendosi, poi, come fumo nel vento.
Il Cuore Fuso e la Rosa Nera
Mentre i regni degli uomini incendiavano i propri confini con proclami e tradimenti, i Nani della Montagna rincorrevano due ombre che avrebbero segnato l’anno: un artefatto perduto e una confraternita di ladri. Il nome di Fyrndor, detto il Traditore, riemerse dalle rune incise su una roccia parlante: la sua storia narrava del furto del Cuore Fuso, reliquia avvolta da leggende, e di un’anima che non trovava pace. Seguendo indizi nelle caverne e tra monasteri umani, gli Djaredin scoprirono che il Cuore Fuso era finito nelle mani dei Cavalieri dell’Alba. Alla fine, con il maestro forgiatore Goromir al loro fianco, i Nani compresero che l’artefatto non era di loro fattura, ma nato dal Flux e ormai svuotato del suo potere: un guscio, più simbolo che arma.
Parallelamente, la Rosa Nera lasciava petali e paura nei cunicoli e nei mercati. Il furto dell’antico archibugio dal museo di Kard Dorgast condusse gli investigatori nanici lungo un sentiero di rose che, dal deserto fino ai guadi di Loknar e ai bazar di Tremec, svelò un’organizzazione di criminali astuti come serpenti. Al termine di un intreccio di indizi e doppi giochi, gli Djaredin recuperarono la refurtiva e salvarono Violet, giovane ladruncola usata come strumento e poi quasi uccisa dai suoi mandanti. La Rosa Nera rimase nell’ombra, ma il Regno comprese di avere di fronte un nemico che sapeva colpire al cuore delle sue sale più sacre.
Vecchie amicizie, nuovi giuramenti
I Corsari Scarlatti offrirono nuovamente il vento delle loro vele ai Nani, e una pergamena sancì un patto solenne: libere risorse nei rispettivi domini, ma inviolabilità assoluta della città sotterranea di Kard Dorgast, che nessun piede straniero avrebbe mai calpestato. Così, i figli del mare e quelli della roccia tornarono a chiamarsi alleati.
Nel Nord gelato, i Nani rinsaldarono l’antica amicizia con i Clan di Helcaraxe, combattendo fianco a fianco contro i Draconiani al passo dell’Orus Maer e festeggiando insieme lo Jol. Anche con i Cavalieri dell’Alba i rapporti rimasero in bilico tra collaborazione e diffidenza: da un lato, i Nani progettarono per loro un passaggio sotterraneo sotto la catena dell’Orus Maer, dall’altro imposero con durezza la neutralità assoluta del Monastero nel conflitto amoniano, sospettosi di qualunque ambiguità.
Sul fronte opposto, il legame con l’Impero di Amon si spezzò come una lama imperfetta. Quando il Senato imperiale elevò gli elfi dei “Primi Nati” a popolo sacro, il Morgat Dakkar Cuorenero rispose con furore religioso: il Popolo della Montagna non avrebbe mai combattuto accanto ai discendenti di coloro che li condannarono all’esilio. Da quel proclama nacque il gelo: ogni rapporto con l’Impero venne ritirato, mentre le porte di Nuran Kar si chiudevano in faccia alla Centuria amoniana, accusata di aver tradito l’onore dell’ospitalità nanica.
Memoria, fede e antiche tracce
Dentro la Montagna, il 289° anno fu anche il tempo del ritorno alla memoria e alle radici. Il Tempio di Korg e le Aule di Berzale si riempirono di canti e bagliori sacri: un nuovo Morgat, Dakkar Cuorenero, fu elevato alla guida spirituale del Regno, e vennero emanate le nuove Zanyrs as Drengrom, le Leggi sul Giudizio e sulla Condanna, assieme agli statuti del Concilio delle Barbe. La giustizia nanica venne incisa di nuovo nella pietra, per regolare conflitti interni, processi e pene con solenne ordine.
Nelle festività di Dera, mentre tomi magici venivano sacrificati al fuoco e regate rituali sfidavano perfino kraken sorti dalle profondità, il Morgat ricordò al popolo che la memoria è arma tanto quanto l’ascia. “Ricordare è resistere” divenne sussurro comune nelle sale, un giuramento condiviso a non dimenticare i caduti e le scelte che avevano forgiato il cammino del Regno.
In quelle stesse rotazioni, un altro filo di memoria venne ritrovato: Jair Rocciaviva, superstite di antichi tempi, rivelò ai cugini di essere discendente del clan Tremil e legato alla famiglia degli Occhioruggente, gli ingegneri che migliaia di cicli prima avevano scavato la rete di cunicoli che univa tutto il dominio djaredin. Con una lanterna speciale, che svelava tracciati scritti con inchiostro segreto, i Nani seguirono le tracce degli Occhioruggente fino alle vette innevate dell’Orus Maer, dove scoprirono un tempio della Triade in rovina e le tombe di quella famiglia, massacrata dagli elfi oscuri. Il ritrovamento fu accolto come un segno: l’inizio della riconquista della superficie, promessa che Thorreg Gridopossente sigillò con un appello a prendere picconi e polvere nera.
Il richiamo alla superficie
Sul finire dell’anno, la terra stessa parve voler confermare quella chiamata. Un tremito violento scosse i cunicoli e, quando gli Djaredin raggiunsero Nuran Kar, trovarono la città sommersa e invasa da uomini-pesce, irraggiungibile come se un’altra era si fosse richiusa su di essa. Il re Thorreg, con volto grave, impose allora un nuovo compito al suo popolo: scavare da Kard Dorgast verso la luce, prepararsi alla lunga guerra per riprendere ciò che era stato perduto.
Mentre gli inventori aprivano nuovi varchi verso Varr Nadarrun e restauravano un antico tempio di Dera, il Regno di Djare si ridisegnava: nuovi capi per la Lega dei Minatori e degli Artigiani, nuove responsabilità per la flotta corazzata, mantelli consegnati a giovani guerrieri che giuravano sul martello e sulla pietra. In cima a tutto, i proclami di guerra, gli accordi con i Corsari e i colloqui con l’Alleanza Elfica tracciavano la mappa di un mondo esterno sempre più instabile, in cui i Nani della Gemma si ergevano come roccia, pronti a scegliere alleati, marchiare traditori nel Libro dei Rancori e, soprattutto, a riconquistare un giorno la superficie da cui erano stati cacciati.
LE LANDE DEI GHIACCI ETERNI
Nel 289°, le Terre Innevate furono tirate da tutti i lati: dagli elfi a sud, dagli dei traditi sotto la montagna di fuoco, e dai propri stessi fanatici tra ghiacci e draghi.
Scontri con gli elfi
In PostApritore, tre elfi di Rotiniel e Valinor sorpresi a intrecciare magie nella Baronia accesero l’ira dei clan di Helcaraxe. Il confronto chiesto dai Clan Helgrind e Valdar portò a una breve incursione alvar: gli elfi si spinsero nei territori nordici, ma furono respinti e costretti ad accettare il verdetto dei clan, ponendo fine, almeno allora, alle ostilità aperte.
Verso la fine dell’anno, però, nuovi presagi di guerra si addensarono sulle Terre Innevate. Sulle bacheche di Ilkorin comparve un proclama dell’Herumor Thalad Rakhum, guida dell’Ordine dei Primi Nati, che accusava i nordici e gli Artigli d' Argento di aver ancora una volta profanato terre elfìche e ferito persino un membro dell’Ordine. In quelle righe, ornate e implacabili, i Primi Nati dichiaravano ostilità totale contro ogni uomo di sangue nordico e chiunque marciasse al loro fianco: nessuna distinzione, nessun rifugio, nessun perdono, solo la promessa che paura e frusta avrebbero seguito i “razziatori” ovunque osassero mettere piede.
I Martelli Infuocati
Nel corso dell’anno, nelle Terre del Nord giunsero voci insistenti di una piccola fratellanza di guerrieri-sacerdoti legati al fuoco di Aengus, stanziata tra le montagne che circondano la Forgia del dio. Mentre Cavalieri dell’Alba, Amon e vari poteri del continente cercavano di comprendere il ruolo di questo culto nella difesa dei luoghi sacri e nei conflitti del Nord, i Martelli Infuocati rimasero una presenza ambigua: guardiani fanatici per alcuni, minaccia intollerabile per altri.
Trattative, avvertimenti e timidi tentativi di mediazione attraversarono l’anno, ma nessuna soluzione definitiva venne raggiunta. Il destino della Forgia di Aengus e di coloro che la sorvegliano restò sospeso, come una brace ancora viva sotto la neve, in attesa di essere alimentata o soffocata dalle decisioni a venire.
Ombre tra i clan del Nord
Mentre gli occhi erano puntati sulla Forgia, altre minacce crescevano ai margini delle Terre Innevate. Alcuni barbari esiliati, i Cultisti di Nifhlel, si erano messi al servizio dei draghi bianchi, venerandoli come figli di un grande drago primordiale e bevendo sangue draconico per mutarsi in ibridi dalle fauci ghiacciate.
Altrove, gli Ulfhednar Bianchi, discendenti di sciamani cacciati dal clan del Lupo Bianco, tornavano a rivendicare le terre dei loro antenati, pronti a riaprire antichi rancori. In mezzo a queste fazioni feroci e agli dei in conflitto, il popolo del Nord avanzava tra gelo e fuoco, stretto tra la fedeltà all’Antica Via, la pressione di Yggr, e l’ombra inquieta di Aengus.
Tra ieri e domani, la giungla che tace
Quando l’ultimo straniero lasciò Waka Nui, i Qwaylar avevano già deciso il proprio domani: non nel mondo dei “civili”, ma nel respiro umido della giungla e nel silenzio di Mawu che li abbraccia. Le storie di schiavitù spezzata, di guerre contro Tremecciani, elfi e mercenari, e di antiche alleanze tradite da Corsari, Teschi e Loknariani avevano insegnato alla Tribù che ogni mano bianca tesa finiva, prima o poi, per stringere un coltello.
Così, dopo aver riconquistato la propria dignità e difeso la Jungla dalle mille minacce esterne, i Qwaylar rivolsero le spalle al resto del mondo. Chiusi tra le pareti di pietra dorata e radici di Waka Nui, tornarono a vivere solo per Mawu, per gli spiriti guida e per le profezie del Saggio Mombata. Le loro lance, le loro maschere, le loro macumbe e i loro eroi scomparvero dietro il fogliame fitto, e con loro si spense l’eco di un popolo che aveva scelto di non credere più a nessuno all’infuori degli dèi e di sé stesso.
Da allora, nella Jungla le voci parlano ancora di gorilla e tucani che in realtà sono sciamani mutati, di fuochi rituali che danzano nella notte e di tamburi che risuonano lontano. Ma sono solo echi. Il mondo di fuori non riceve più messaggi né aiuto: resta a interrogarsi sul destino dei Qwaylar, mentre la loro storia continua, nascosta tra gli alberi, “tra ieri e domani”, fuori dallo sguardo degli uomini.