Su Tortuga non troverai templi dorati, né sacerdoti in tunica a dettare sermoni dal pulpito. Le preghiere qui si sussurrano tra le onde, si mescolano al canto dei gabbiani e al rumore dei boccaporti che cigolano nella brezza salmastra. È una fede ruvida, fatta di abitudini, di superstizioni tramandate sottovoce, di un rispetto antico che nasce non dalla devozione, ma dalla paura di scatenare l’ira del mare.
Quasi tutti gli abitanti dell’isola — corsari, pirati, mercanti d'acqua salata e contrabbandieri — portano nel cuore, e più spesso nelle viscere, il nome di Danu, la Dea del Mare. Non è raro sentirli bestemmiare ogni altra divinità conosciuta e subito dopo bisbigliare una scusa frettolosa verso la Signora delle Onde, toccandosi il polso o il ferro come gesto scaramantico.
Danu non ha bisogno di altari, le sue “messe” si celebrano quando un equipaggio prende il largo, con una razione di grog gettata in mare in segno d’offerta, o quando il mare si agita e gli uomini si fanno piccoli, sforzandosi di ricordare se, per caso, l’ultima volta hanno offeso la Dea con un insulto di troppo o un'offerta dimenticata.
Chi vive su Tortuga non è gente di preghiera, ma tutti temono la burrasca improvvisa, il vento che gira senza preavviso, la vela che si lacera nel bel mezzo della bonaccia. E tutti, chi più chi meno, sanno che il mare ha occhi e orecchie, e che offendendo la Dea si finisce prima o poi per pagare il conto. Di tanto in tanto, qualcuno sparisce tra i flutti — una barca capovolta, un urlo nella notte — e basta questo a rinsaldare la fede di chi resta.
Non esiste un culto organizzato, né un clero ufficiale. Ma ogni porto ha il suo vecchio marinaio che conosce i canti giusti da intonare al tramonto, ogni ciurma ha almeno un mozzo che sa quali parole mormorare prima di calare l’ancora. E tra le rocce che sorvegliano le scogliere dell’isola, qualcuno giura di aver visto antiche incisioni, offerte dimenticate e conchiglie disposte in cerchio: segni che anche gli indigeni onoravano Danu ben prima che arrivassero i Corsari.
A Tortuga si vive veloci, si muore per un colpo di stocco o per un sorso di grog sbagliato. Ma tra una risata sguaiata e una rissa in taverna, nessuno si scorda mai di Danu, e di quanto possa essere vendicativa se dimenticata.
Perché si può sfidare un uomo, una ciurma, perfino un regno.
Ma non si sfida mai il mare.