[CSC] Una luce nelle tenebre

Il mare era calmo e aveva assunto tinte rosso e oro nella luce tenue del tramonto. Il rumore delle onde contro la scogliera dettava un ritmo costante e rilassante, in mezzo al garrito dei pappagalli e allo stridio dei gabbiani.

Aveva sempre amato il mare e non si era mai stancato di rimanere, immobile come una palma, a scrutarlo e a contemplarlo. I momenti che più lo emozionavano erano l’aurora e il crepuscolo, quando le onde creavano meravigliosi riflessi e giochi di luce.

Era una sera come tante altre. Ultimati tutti i suoi affari, si era recato ancora una volta presso il faro e, poggiando una mano sulla lapide di Henry Morgan, si era rivolto alla Signora delle Maree come se si trovasse in un luogo sacro. E per lui, in fondo, lo era davvero.

Le parole risuonavano, portate dal vento, sulle onde al di là della falesia:

«Danu, Mia Signora, madre benevola di tutti i marinai che a te si affidano, tuo figlio ti ringrazia. Grazie per quanto finora mi hai donato a piene mani e per quanto vorrai concedermi in futuro».

Vi fu una breve pausa e il silenzio rese ogni cosa immobile. Doblone tolse il tricorno e lo girò tra le mani, osservandolo. Il mantello scarlatto, ormai logoro e più volte rammendato, giocava con la dolce brezza della sera.

«Ormai, alla soglia dei quarant’anni, è passato tanto tempo da quando, poco più che ventenne, fui rapito dall’Ufficiale in Seconda Codino e portato qui alla Tortuga, come mozzo, insieme a Giarrettiera e Scimmia. Già, i miei vecchi compagni di ventura… E poi Baffo, maledetto mangiasabbia, il mio primo Capitano… il Primo Ufficiale Fringuello, i corsari Veleno, Verme e tanti altri…».

Ricordava bene quel periodo di grandi vessazioni, nel corpo e nello spirito, ma il sapore era agrodolce. E sapeva che tutto ciò che aveva, l’aveva guadagnato con il sangue e con il sudore.

«E poi Pollo Capitano, Malandrino Primo Ufficiale, Pezza il Pazzo, Zecca lo Zoppo, Malocchio, Fiammifero, Uccellino…». Nomi di una Tortuga antica che libravano tra le onde.

Quest’ultimo Corsaro Scarlatto era tornato dopo cinque anni lontano da Tortuga, e ciò aveva riportato alla memoria di Doblone tanti episodi del passato, rendendo il Quartiermastro ancora più nostalgico di quanto non lo diventasse dopo svariati bicchieri di grog.

«Cosa rimane di allora? Ricordi. E cosa rimane di quella che fu la ciurma degli Scarlatti e della Tortuga prima del mio arrivo?»

Levò lo sguardo dal copricapo e, rivolgendosi ancora una volta sommessamente ai flutti, mormorò:

«Dove siete finiti? Morgan, Tocco, Linguadoro, Il Nero, Bandiera, Tamburello, Stocco, Seppia… E voi, Pirati del Sud del Guercio, dove siete? Tutto sembra sbiadito e destinato a cadere nell’oblio. Siete a spassarvela al Paravone? O magari state veleggiando per Ardania o per mari sconosciuti in cerca di nuove avventure?»

Ma il mare non rispose. La luce del faro illuminava ormai le onde, sprofondate nell’oscurità del vespro.

«Una luce nelle tenebre», pensò, «un bagliore nell’oscurità».

Si aggiustò il tricorno in testa e disse:
«Grazie, Signora delle Stelle e delle Maree! Troppo a lungo ho atteso, ma ora so che è arrivato il momento e che non si può più rimandare: scriverò la storia dei Corsari Scarlatti e dell’isola di Tortuga!»

Dopo aver gettato tre dobloni in mare ed essersi segnato, si allontanò con passo deciso verso Piazza della Misericordia.

Da tanti anni ormai desiderava ardentemente mettere insieme tutte le storie sentite al Cannocchiale Rotto, tutte le leggende sulle imprese degli Scarlatti che anche i muri di Piazza della Misericordia conoscevano a memoria, tutte le voci che riguardavano la nascita della ciurma e come quel viaggio incredibile ebbe inizio. Aveva anche letto praticamente tutti i libri, le pergamene, gli stralci lerci e corrotti dal tempo di ciò che era rimasto integro o perlomeno leggibile su qualche scaffale o all’interno di bauli impolverati e praticamente dimenticati.

Quell’estate era tornato a racimolare e a consultare quanto più materiale possibile. Fu un lavoro lungo, estenuante, che spesso lo fece crollare per la fatica sul piccolo scrittoio della sua cabina. Più di una volta si era svegliato di soprassalto ancora seduto sulla sua sedia scricchiolante e con un balzo si era gettato sul letto per riposare qualche ora. Non appena apriva gli occhi, tornava immediatamente a consultare quell'immensa mole di scritti, spesso dimenticando anche di mangiare o di girare per l’isola. Unica compagna fedele la sua riserva di bottiglie di grog. 

Paradossalmente dalla sua ci fu il caldo torrido, reso sopportabile dalla brezza che si infrangeva sulla Perla di Danu e si incanalava dalla grande finestra della sua cabina. In più la ciurma era stata congedata dal Capitano come ogni estate e questa era un’ottima occasione per concentrarsi sul suo obiettivo senza seccature.

Non appena ebbe finito di consultare fino all’ultima pergamena, si rese conto che, sebbene tanti eventi legati a Tortuga e alla Ciurma Scarlatta li conoscesse già, altrettante vicende erano arrivate al suo orecchio distorte o addirittura erano per lui assolutamente sconosciute. 

Solfeggiante era ormai iniziato e il suo lavoro era pronto per essere messo nero su bianco.
Decise di dare un titolo a ciò che si apprestava a scrivere: 

“Storia dell’Isola di Tortuga e dei Corsari Scarlatti”

e di dividere il suo libro in diversi capitoli:

- Gli albori 
- Le prime ciurme 
- L’età dell’oro
- La crisi dei Corsari Scarlatti e l’ascesa dei Pirati del Sud
- La rinascita scarlatta 
- L’avvento del Governatore e la trasformazione di Tortuga
- Un’altra crisi
- Tempi presenti

Tutto era pronto e così iniziò a scrivere una sorta di prologo.

«A te che leggi questo libro rivolgo un avvertimento e un consiglio: in queste pagine sono narrate le gesta eroiche di un mondo che non è più, la storia di un’isola che è stata e rimane il vessillo degli esuli, degli scarti della società e degli oppressi. Questo luogo meraviglioso, infatti, seppure cambiato radicalmente nel corso del tempo, non ha tuttavia ancora perso la sua anima ribelle e la sua vocazione profonda ad accogliere come un rifugio sicuro tutti coloro i quali fuggono da qualcosa: dalla profonda ipocrisia dei grandi regni, dalle insensate battaglie volute dai potenti, dai vuoti ordini venuti da parte di qualche nobile, dalle grottesche cariche nobiliari e militari, dalle false virtù, da sé stessi…

Mi chiamo Doblone e sono un tortughese, figlio di Danu e anziano membro della ciurma dei Corsari Scarlatti. Se senti di essere parte della Fratellanza della Costa o ne sei affascinato, questo è il mio retaggio e la mia eredità. Se vuoi vivere un’avventura e conoscere la storia di uomini straordinari, continua a sfogliare questo tomo: non avrai a che pentirti. 

Definire “opera” questo lavoro di ricerca e riscrittura sarebbe troppo, in quanto è più uno scartafaccio. Tuttavia, tu lettore troverai in forma scritta tutto ciò che è arrivato fino a noi sulla misteriosa isola di Tortuga e sulla ciurma dei Corsari Scarlatti.

Concludo questo pensiero con la volontà di dedicare alle mie sorelle e ai miei fratelli corsari: al Capitano Malandrino, il più longevo di tutti i capitani della Tortuga, a Vento, Piuma, Malasorte, Bellosguardo, Biscotto, Cucciolo, Uccellino, Stolto, Candela, Zattera, Sguattera, Mozzafiato, Nervo, Acciuga; ai vegliardi Seppia, primo e unico capitano donna, il Guercio e Arpione; agli amici scomparsi tra i flutti e forse ormai defunti Scimmia, Giarrettiera, Merluzzo, Pezza il Pazzo, Zecca lo Zoppo, Fiammifero, Verme, Codino, a quegli infami di PizzoGiallo e Fringuello e al grande capitano mangiasabbia Baffo, il quale mi concesso l'onore di essere accolto a Tortuga come mozzo, e ancora a Capitan Pollo, Corto, Schifo, Ramazza, Fungo, Branchia, Pinna, Fragola, Sputo, a quel traditore di Spugna, Orbo, Marciume, Damigella, Tanfo, a quel miserabile di Coniglio, Nullità, Piscio, Bestia, Sandalo, Plettro, Folletto, Barzelletta, Latrina, Zero, Granata e tutti gli altri che hanno, nel bene e nel male, contribuito alla causa della Tortuga e degli Scarlatti.

Infine, una particolare menzione va alle leggende dell’isola, a coloro i quali dobbiamo la nostra gratitudine, tenendo sempre bene a mente che tutti noi seguiamo la rotta tracciata da loro tanti anni fa: a Jack Chiappealvento Burton, Capitan Stocco, Caos, Testa di Papaia, Mano, Nero, Fiamma, Bruma, Rutto, Pigro, Spuma, Paguro, Ombra, il Biondo, il boia Spaccatutto; ai vecchi capitani Tamburello, Bandiera Nera, Uragano, Hunk Blackmore detto Sguardofreddo, al fondatore e primo Capitano dei Corsari Scarlatti Henry Morgan detto Barbanera e infine, ultimo ma non ultimo, al corsaro più corsaro di tutti, fonte di ispirazione per ogni marinaio che si rispetti, il grande Capitano Vahagart Storm detto Tocco o il Toccato da Danu, lupo di mare ineguagliabile e fedelissimo sacerdote della Signora dei Flutti e delle Maree.

Un pensiero va anche a tutti i compagni di ventura che non sono stati citati. Grazie per essere stati parte di questa storia».

Doblone, Quartiermastro dei Corsari Scarlatti
A.I. 11 Solfeggiante 289

GLI ALBORI

Tante sono le storie che riguardano i Corsari Scarlatti e narrarle tutte sarebbe un'impresa impossibile. Alcune sono state raccontate in tanti modi talmente differenti che, ad oggi, non si riesce a distinguere tra realtà e finzione; altre sono andate perdute, dimenticate o se ne conoscono solo frammenti; altre ancora sono giunte sino a noi nelle più svariate forme: racconti scritti e orali, pergamene con piccole annotazioni, diari di bordo, semplici comunicazioni che, tuttavia, possono risultare utili per ricostruire lo scenario del tempo.

Questo scartafaccio ha l’obiettivo di rimanere quanto più fedele alla realtà dei fatti, tuttavia in qualche parte si dovrà venire a patti tra chi scrive e chi legge: è necessario, infatti, per forza di cose, immaginare che gli eventi, seppure in parte romanzati, siano andati in una determinata maniera giacché quasi tutti coloro che li hanno vissuti hanno raggiunto il Paravone. Se si è disposti a vivere il viaggio per come verrà raccontato, l’esperienza, a mio parere, potrà rivelarsi appagante e colma di spirito d’avventura. In caso contrario, sarà meglio non continuare oltre.

VAHAGART STORM

Tra tutte le numerose vicende che sono riuscito a mettere insieme, ho deciso di incominciare questo lungo viaggio con una storia, dal sapore di leggenda, che si racconta a Tortuga in merito alle origini di uno dei Corsari più famosi della storia della ciurma: Vahagart Storm, detto Tocco. Egli era figlio di due mercanti che morirono in un naufragio. Tra sogno e realtà ebbe una visione di Danu e consacrò la propria vita come sacerdote della Dea. Fu trovato e preso sotto l’ala protettrice da Henry Morgan, colui il quale, in breve tempo, divenne alla stregua di un padre adottivo e che, già capitano di un gruppo di pirati, di lì a poco, fonderà la ciurma dei Corsari Scarlatti dando il ruolo di Primo Ufficiale proprio al giovane Vahagart.

Va osservato che, al tempo in cui si svolgono i fatti, la ciurma aveva ancora una natura instabile e volubile, oscillando tra la scelta di agire come pirati o come corsari. Anche la struttura interna era molto diversa da quella attuale. La gerarchia, infatti, prevedeva un Capitano al vertice della piramide, un Primo Ufficiale, un Nostromo e addirittura uno Sciamano di razza qwaylar (il quale viveva fuori da Waka Nui) come ufficiali, i pirati o corsari come corpo armato e i luridi mozzi. Agli albori esistevano anche i ruoli di Boia e Artificiere, oggi scomparsi.
Si noti, infine, che i nomi di ciurma coesistevano con i nomi ed eventuali cognomi dati alla nascita dai propri genitori o da qualche sacerdote.

 

Hammerheim, capitale del regno umano e città florida di commerci, ricca e sempre affollata. L’oscurità lasciava spazio al bagliore che, pian piano, riempiva tutto il cielo fino a trasformarlo in azzurro.
La forte luce del sole che penetrava attraverso la finestra e il rumore sempre più incalzante dei mercanti per le strade fecero capire a Vahagart che era ora di svegliarsi. 
Il cielo era limpido e privo di nuvole, una bellissima giornata da passare nel suo luogo preferito: la spiaggia.

I suoi genitori erano partiti come ogni volta, ormai da due giorni, e sarebbero rincasati quella sera. Vahagart aveva deciso di aspettare l’arrivo della Magdalene, il nome dell’enorme nave mercantile di Elric Storm, sulla spiaggia per poi recarsi di corsa al molo ed accogliere sua madre e suo padre.
Egli adorava il mare, il suo colore, le spumeggianti onde che tutto erodevano e mai si fermavano! Sembrava vivo! L’aspetto che più adorava era il suo suono, la sua musica, che per Vahagart era come una dolcissima nenia che, fin da tenera età, lo incantava.
Presto il tramonto si fece vicino e il sole decise di lasciare il posto alle stelle. Ormai stanco, Vahagart si addormentò proprio con il suo adorato mare vicino che gli cantava la sua musica. Un vento gelido sfiorò l’animo del ragazzo. Si svegliò come istintivamente. Davanti a lui il mare era cambiato: appariva nervoso e sembrava che qualcosa stava per scatenarsi, qualcosa di grosso.
La marea si alzò tanto da immergerlo sino alle ginocchia. Egli non si mosse: era come paralizzato e forse immaginava, forse sapeva già...

Ad un tratto non poté credere ai suoi occhi tanto che continuò a strofinarseli incredulo: una bellissima donna con lunghi capelli neri si avvicinava a lui camminando sulle acque. Aveva un lunghissimo vestito incastonato di gemme e pietre preziose. Si avvicinò a Vahagart.

«Io sono Danu, Signora della Luna, delle Stelle e dei Flutti, protettrice dei marinai».
Dopo una lunga pausa che sembrò un’eternità riprese...
«Loro non torneranno, mi spiace Vahagart, ma tu...tu potrai scoprire...e vedere...se vorrai! Ti concedo, in quanto uno dei miei figli prediletti, di invocare il mio nome in aiuto e di adoperare parte dei miei poteri: usali con saggezza e diffondi il mio nome».

La bellissima donna posò la mano sul capo di Vahagart ed egli sprofondò in un dolcissimo sonno.
Fu la luce del sole a risvegliare Vahagart: era sul bagnasciuga cullato dall’incessante movimento del mare e dalla sua dolcissima nenia. 
No, non era un sogno, lo sapeva. Ciononostante era triste: ora era consapevole che loro non sarebbero più tornati...
Preso il necessario, guardò per l’ultima volta la sua casa e si imbarcò come clandestino sulla prima nave, tuttavia la sfortuna fece sì che in una tempesta tutti i passeggeri morirono...tutti tranne uno...tutti tranne lui.

«Ehi!!! Sveglia!!! Har har har! Ma guarda cosa ho pescato!».

VAHAGART STORM
PARTE I

Rovistando tra i bauli della ciurma, mi sono imbattuto in uno scritto di Tamburello, personaggio che verrà approfondito con il proseguire della narrazione e molto importante all’interno della storia tortughese per la sua indole folle e imprevedibile. Questi racconta, nelle pagine di un libretto che ho trovato ormai sepolto dalla polvere e rovinato dalla salsedine, di una notte in locanda passata con Tocco ormai capitano, il terzo a ottenere il famoso cappello all'interno della ciurma scarlatta dopo Morgan e Linguadoro. Il Capitano, in quell’occasione, narrò la vera storia di Tortuga e diversi episodi che videro coinvolti i suoi fratelli e compagni di ventura. 

Vahagart era un vero corsaro e aveva una grande loquacità: amava, infatti, raccontare storie dei Corsari e il grog lo faceva diventare malinconico. Nel testo che segue si trovano tutta una serie di avvenimenti narrati, tra l’ebbrezza e la nostalgia, ai quali si è cercato di dare anche un minimo di ordine. Per la sua lunghezza, il brano verrà diviso in tre parti.

Trascrivo, dunque, fedelmente le parole di quella notte dell’anno 270:

Tortuga. Ore serali intorno allo scoccare della meridiana notturna.
In alcuni luoghi dell’isola sembrerebbe regnare incontrastata la pace ma non tutti quelli che hanno avuto modo di superare i moli possono affermare che sia un posto tranquillo. La Locanda del Cannocchiale Rotto, costruita abilmente sul mare, rappresenta un punto di ritrovo di tutta l’accozzaglia di gente che vive sull’isola e ciò vale anche per il gruppo ormai conosciuto in tutta Ardania con il nome di Corsari Scarlatti.

Il Capitano Storm è seduto in disparte mentre sorseggia il suo amato grog e fissa calmo il mare attraverso la finestra, il suo adorato mare senza il quale di sicuro sarebbe morto.
Un giovane allegro, con una bandana scarlatta e un medaglione vistoso che gli esce fuori da una camicia forse un tempo appartenuta a un nobile, si avvicina al Capitano poggiando sul tavolo una bottiglia di grog appena spillata dal barile di Bruma, il Cuoco di Bordo. Il Capitano alza un attimo lo sguardo verso lo straniero, che poi tale non era. 

«Salute Tamburello! Bella serata vero?». 
Sorridendo, prende la bottiglia e versa il contenuto nel suo boccale. 
«Lo è davvero, Capitano! Una di quelle sere in cui mi piacerebbe sentirvi narrare qualche bella avventura che avete vissuto per i mari di Ardania!».
Il Capitano, sorseggiando l’amato nettare pirata, sorride senza rivolgere lo sguardo altrove se non sul mare attraverso la finestra. Poggia nuovamente il boccale sul tavolo e comincia a parlare come se vedesse alcune scene riflesse tra le fiamme del caminetto della locanda che dona un caldo tepore. 

«Sono passati diversi anni. La mia storia inizia in una notte tempestosa con una grande barca mercantile che affonda. Venni ripescato da quel tricheco affumicato di Morgan, che mi portò a Tremec, bella città per l’amor di Danu, però un po’ secca. Fu un passo fondamentale che mi fece capire quanto importante fosse per me il mare. A Tremec vi trascorsi quasi tutta la mia giovinezza, allenandomi tra la sabbia e il vento del deserto. Poi, tutto d’un tratto, Morgan decise che era meglio trasferirsi su di un isola nell’estremo nord: Helcaraxe. Per quanto avesse un suo senso, non dirmi nulla, faceva un freddo cane!». 

Dopo aver colmato di nuovo il bicchiere di grog, prende la sua pipa rossastra dalla custodia. Con la calma di chi ha tutto il tempo di questo mondo la riempie con l’erbapipa e, usando due pietrine, la accende e comincia ad aspirare larghe boccate di fumo. 

«Helcaraxe, e in particolare il suo popolo, erano elementi diversi da quelli che avevo conosciuto fino a quel momento. Mi sembrava un altro mondo, un bel mondo, un mondo in cui il valore e l’onore erano al di sopra di tutto. E così effettivamente era. Fu anche per questo motivo che ci stabilimmo per molto tempo tra i Ghiacci ed è lì inizia la nostra storia. In breve tempo riuscimmo a guadagnare il rispetto e l’amicizia di tutti, chi in un modo e chi in un altro. Ma c’era un motivo ben preciso per il quale Morgan aveva scelto Helcaraxe». 

Sorseggiando il suo grog, fa un cennò con il capo nella direzione in cui, ormai da più di un anno, si trovava ormeggiata la Perla di Danu. Quindi riprende a fumare la pipa. 

«Morgan voleva la Perla di Danu a tutti i costi!

“Un gruppo ben addestrato di corsari non può non avere il suo vascello”, mi ripeteva sempre. Inutile dire che quel dannato pescecane di uomini, perché è così che lo chiamavano tutti, riuscì nel suo intento. Non solo, fu proprio ad Helcaraxe che acquistammo, per la prima e ultima volta, delle navi». 

Ridacchiando al pensiero, riempie ancora una volta il boccale di grog e riprende il racconto.

VAHAGART STORM
PARTE II

Continua la storia di Capitan Tocco con la seconda parte di tre di un racconto più ampio. In questa parte centrale vengono narrate varie imprese compiute dalla ciurma dopo aver fatto riferimento alla graduale crescita che ebbe quest'ultima nel tempo. Infine, la parte che desta maggiore curiosità, viene descritto un viaggio che gli Scarlatti intrapresero partendo da Helcaraxe verso sud, seguendo le indicazioni di una mappa trovata da Morgan. Fu così che scoprirono una strana isola che, dagli indigeni che la abitavano, veniva chiamata "Tortuga"...

«Le navi sono tuttora nostre e non sono mai affondate: “La Balena Ubriaca”, “La Sirena Tormentata” e “Il Verme Solitario”, rispettivamente di stazza grande, media e piccola. A quel punto ci serviva una cosa e una cosa soltanto: l’equipaggio! Trovandoci al Nord, iniziammo a cercare proprio in quella fredda ma accogliente città e fu così che sbucarono fuori una bella accozzaglia di elementi di dubbia provenienza. Tra questi avanzi di galera, vi era un elemento fondamentale e ancora oggi paragonabile alla spina dorsale dei Corsari Scarlatti: il mozzo Hunk Blackmore, l’attuale Nostromo Sguardofreddo. 

All’epoca eravamo pochi, è vero, ma già incutevamo un certo timore dovuto forse allo sprezzo del pericolo e al coraggio che spesso dimostravamo per mare e per terra. Insieme ad Hunk, si accostarono i nostri due fedeli J e Smeralda, amici da anni, appartenenti all’ordine dei raminghi di Ardania, ma anche compagni in tantissime avventure. Non molto tempo dopo avremmo trovato tanti altri validi uomini e donne grazie ai quali siamo diventati il terrore dei mari quali siamo adesso: Uragano, Nevil, Seppia, Arpione…

Il gruppo iniziava a diventare numeroso e i nostri progetti sempre più ambiziosi. Eravamo stanchi di vivere all’ombra di una città, volevamo un luogo e un rifugio tutto nostro che si potesse chiamare "casa". Santa Danu! Ecco che spunta dal cappello di Morgan un’antica mappa che mostra l’ubicazione di una misteriosa isola. In seguito scoprimmo dagli indigeni che il suo nome altro non era che Tortuga». 

Il Capitano fece una pausa bevendo il grog e riempendo nuovamente la pipa di erbapipa. Quindi l’accese e continuò. 

«Inutile dire che ci imbarcammo sulla Perla di Danu e salpammo per la prima traversata con quel gioiello di galeone. I mostri marini venivano falciati come burro, i marinai delle piccole imbarcazioni sulla nostra rotta ci guardavano, con la testa in su e a bocca aperta, esterrefatti: quello fu proprio un giorno memorabile!». 

«Perdonami, capitano, ma attualmente la Perla di Danu è in grado di solcare ancora i mari?» 
Vahagart prese il boccale e bevve ancora una volta prima di rispondere. 

«Vedi Tamburello, gestire in mare un galeone come quello non è cosa facile. Per farlo è necessario un numero molto elevato di risorse e un equipaggio ben addestrato. Per rispondere alla tua domanda in poche parole, sì. Solo che una traversata con la Perla di Danu richiede uno sforzo immane e, oltretutto, è molto pericoloso viaggiare con tutti i nostri averi negli scrigni delle cabine e soprattutto il nostro oro del tesoro di bordo: dopotutto è pur sempre una nave e, come ben sai, il legno brucia». 
Il Capitano sorrise mentre Tamburello annuiva e faceva comunque viaggiare i suoi pensieri verso una futura traversata sulla Perla. 

«Quindi, dicevo, salpammo a bordo della Perla di Danu e, consultando la mappa, attraccammo nella parte meridionale dell’isola, esattamente dove è ora alla fonda. Tuttavia trovammo qualcun altro sull’isola oltre agli indigeni. Alcuni hammin, non so come, erano riusciti a raggiungere Tortuga e volevamo appropriarsene. Credo sia inutile dirlo, no? Ce le siamo date di santa ragione! Gli scontri furono da subito violenti e diventarono sempre più cruenti: mentre gli hammin si insediarono nella parte settentrionale dell’isola, noi ci stanziammo nella parte meridionale. I combattimenti durarono qualche mese ma, alla fine, vista la nostra superiorità in battaglia, gli hammin se ne fuggirono con la coda tra le gambe e se ne tornarono alla loro città di pietra. Quello fu davvero un altro grande giorno, il primo in cui demmo una meritata lezione a chi osava mettersi contro i Corsari Scarlatti». 

Il capitano Tocco fece un'altra pausa con lo sguardo sognante rivolto verso il mare notturno che sembrava immobile. 

Poi riprese: «La ciurma riuscì a crescere ancora e altre nuove leve si unirono a noi. Tra queste vi erano tanti validi elementi ma vorrei soffermarmi su uno in particolare: Teschio. Un caso più unico che raro, direi! Era un elfo, un quenya, ma molto atipico: odiava la sua razza e aveva un innato senso di malignità degna del peggiore dei pirati. Tutti i mozzi lo temevano, e non solo loro. Un giorno degli hammin, tre per la precisione, tra cui anche l’attuale consigliera Charis, ebbero la stupida idea di veleggiare verso le nostre coste. Beh, che tu ci creda o no, Teschio, da solo con la sua piccola barchetta, riuscì a far fuori tutti e tre gli hammin e ad affondare la loro nave!».

Il Capitano fece larghe boccate con la pipa, quindi riempì l’ennesimo boccale di grog, mentre con la coda dell’occhio notava che Tamburello continuava a prendere nota. Sorridendo divertito, concluse il racconto. 

«Ovviamente ad Hammerheim non era andata giù che per ben due volte fossero stati sbaragliati su tutti i fronti quindi, a nostra insaputa, si recarono a notte fonda sull’isola e uccisero tutti mozzi che trovarono in giro. Fu una grave perdita e non potrò mai dimenticare il nome di colui che guidò il tutto: Kael Klimkin! Quello sì che è un osso duro! Ma, come sempre, abbiamo fatto l'unica cosa si deve fare con tutti quelli che osano recarci danno: cercare vendetta. 

E questa venne servita molto fredda!»

VAHAGART STORM
PARTE III

Terza e ultima parte della storia di Vahagart raccontata a Tamburello. Come già detto in precedenza, Tocco amava raccontare gli episodi della sua vita e della ciurma. Da corsaro aveva vissuto numerose peripezie, nonostante fosse ancora abbastanza giovane, pertanto ci sono diversi riferimenti, digressioni ardite e divagazioni che trasudano nostalgia ma anche lo spirito di avventura di uno dei capitani più importanti di Tortuga, probabilmente il corsaro più corsaro di tutti.

«Non molto tempo dopo, si unirono a noi molti altri validi elementi tra i quali spicca l’ambiguo Gibberish Driftwood che, ad oggi, essendosi fatto prendere per i peli del suo fondoschiena da Charis, pare che sia pronto a rifondare per lei la Marina Imperiale di Hammerheim. 

Per tornare alla nostra storia, posso dirti che tante furono le avventure per mare dei Corsari Scarlatti ma la più bella fu probabilmente quella in cui abbattemmo la madre dei kraken: un enorme kraken bianco di una grandezza assurda!». 

Notando la faccia incredula di Tamburello, con calma estrasse dalla sua saccoccia un pezzo di tentacolo ben custodito grazie ad alcuni infusi di Papaia. Tamburello guardò il tentacolo esterrefatto. 

«Già! Questo è possibile grazie a una scoperta fortuita: il grande Sciamano Testa di Papaia! Un individuo tanto particolare quanto pericoloso! Ricordo ancora che fu portato da Arpione nella ciurma e subito le sue doti mistiche e l’arte con cui preparava i suoi miscugli contribuì ad aumentare la nostra potenza. 

Infine, ahimè, una notizia che scosse la ciurma dalle fondamenta fu quella della morte del Capitano Morgan! Organizzammo anche un funerale, sai? Parteciparono molte persone, soprattutto quelle che avevano conosciuto il grande Morgan durante le sue svariate scorribande per tutti i regni di Ardania. All’epoca ero giovane e la sua morte mi colpì a tal punto che non mi sentii in grado di prendere il suo posto come capitano, ruolo che fu preso da Gibberish Driftwood detto Linguadoro. In quell’occasione, più tardi, mi resi conto di aver commesso un grave errore». 

Vahagart guardò dalla finestra mentre terminava il suo boccale. 
«La sua gestione non portò cose buone tranne forse l’attuazione della nostra vendetta nei confronti di Hammerheim stessa e di riflesso contro Grifis! Ci fu, infatti, una rivolta, circa un anno fa, e noi corsari appoggiammo i ribelli contro le truppe del re. Gli accordi che prese Linguadoro erano davvero pessimi, tuttora lo ammette anche lui. La prima battaglia fu guidata proprio da quest'ultimo e ci portò a una misera sconfitta. Ricordo che fu Hunk in persona a venirmi a cercare. Quando venni a conoscenza della sconfitta, mi armai di tutto punto e scesi sul campo di battaglia dando fiducia e sostegno ai miei uomini. Inutile dire che, con me alla guida, vincemmo e riuscimmo a uccidere Grifis. La vendetta era compiuta, almeno in parte. 

Qualche tempo dopo Linguadoro sparì dalla circolazione. La ciurma era irrequieta e non c’era oro che potesse tenerla a bada. In più, a ciò si aggiungevano i nefasti accordi presi dal capitano Linguadoro, i quali non prevedevano un bottino in dobloni ma solo di poter ottenere alcuni diritti che, tutto sommato, non ci avrebbero mai ricompensato adeguatamente per il nostro indispensabile aiuto, come Hangius stesso avrebbe affermato in seguito. Per queste ragioni, presi la mia decisione nonostante sapessi di correre rischi elevati: sarebbe dovuta girare per il verso giusto oppure avrei generato una guerra intestina. Insomma, quale Primo Ufficiale, con il consenso degli altri ufficiali, mi autonominai capitano e in quel momento compresi il mio errore del passato: tutti, senza escludere nessuno, furono subito dalla mia parte». 

Il Capitano spense la pipa e la ripose nella custodia. 
«I Corsari Scarlatti guidati da me ebbero l’onore di partecipare alla più grande battaglia navale di tutti i tempi! Per una questione di onore, Helcaraxe sfidò l’alleanza elfica e noi Corsari Scarlatti, da sempre loro fraterni amici, non potevano tirarci indietro, soprattutto sul campo di battaglia a noi più congeniale: il mare! 

Le navi nordiche erano solo due e non avevano a bordo nemmeno un sacerdote, dunque come puoi immaginare, finì male. Tuttavia la sola Balena Ubriaca, che riuscì oltretutto a salvarsi, affondò quattro navi elfiche, quasi cinque, Danu Santa! Come ti dicevo, purtroppo la loro flotta era superiore di numero in confronto alla nostra, tuttavia sono sicuro che quella lezione se la ricordano ancora molto bene! 

In seguito abbiamo compiuto molte altre imprese, come quella volta in cui gli djaredin chiesero il nostro aiuto per una certa mappa, la quale in seguito non ci portò ad un tesoro ma comunque a sugellare un patto di amicizia con loro. Patto che, purtroppo, si è raffreddato dopo che Morgan ha rifiutato gentilmente di aiutare i ceoriti, e quindi anche loro, contro gli elfi. 

Ehi, direi che ho parlato abbastanza! Har! L’ora si è fatta tarda: credo che mi ritirerò nella mia cabina. A domani Tamburello». 

Tamburello ancora intento a scribacchiare qualcosa su di un libro, alzò il viso e salutò sorridendo soddisfatto. 
«A domani, Capitano!».

VAHAGART STORM

Si faccia, dunque, un passo indietro. 

Nelle memorie di Vahagart è narrato un episodio che probabilmente sarà la scintilla che darà il via all’avventura degli Scarlatti. Morgan, che fu un avventuriero curioso e sempre alla ricerca di qualche tesoro da scoprire e mistero da svelare, compie un viaggio. Si trattò probabilmente di qualche peripezia che lo spinse per mare in esplorazione e una spedizione alla quale ne seguiranno altre. Tocco si separerà per la prima volta da quest’uomo che aveva finora rappresentato una figura centrale della sua vita e contestualmente gli verrà affidata la guida della ciurma in sua assenza: un grande gesto di fiducia da parte del capitano degli Scarlatti, una grande sfida per il suo giovane Primo Ufficiale.

Vahagart era intento a perlustrare l’isola di Helcaraxe e, come era solito fare, liberava la zona della miniera dalle insidie delle creature mostruose e selvagge per permettere a tutti di passare senza problemi. Un rumore attirò la sua attenzione. Sul limitare di un piccolo villaggio di troll, vicino alla riva, un oscuro figuro metteva in mare un'imbarcazione di piccole dimensioni.

«Ehi tu! Fermo lì!».
Lo straniero non diede segni di voler ascoltare la voce e continuò a spingere il piccolo natante in mare. Vahagart scese dall’ostard e poggiò una mano sulla spalla della figura ammantata girandola verso di sé.

«Ti ho detto di…».

La sua voce si spense in un suono rauco, come se gli mancasse il fiato o gli avessero troncato di netto le corde vocali.

«Henry...? Ma che diamine fai?».
Il capitano in abiti scuri lo guardò per la prima volta una tale serietà da far rabbrividire il sangue. «Vahagart...c’è qualcosa che devo fare...e un posto che devo visitare».
Incredulo il sacerdote di Danu replicò con timore.
«Bene, un altro viaggio! E dove andiam...».

Le sue parole furono interrotte da un gesto brusco del capitano che allontanò malamente la mano di Vahagart dalla sua spalla.

«Vahagart», gli occhi fissarono il sacerdote con freddezza, «io parto, tu rimani! C’è qualcosa che IO devo fare non tu. Rimani qui e occupati dei Corsari Scarlatti! Questo è un ordine!».

Vahagart rimase sconcertato da quelle parole e fissò Henry in modo quasi supplichevole. Fino a quel momento non si erano mai separati, mai da quando lo aveva ritrovato sulla spiaggia a sud di Tremec.
Impotente lo vide allontanarsi sulla sua piccola barca fino a scomparire all’orizzonte.

HENRY MORGAN

Morgan aveva addestrato un pappagallo a recapitare i suoi messaggi che legava alla zampa destra, probabilmente si tratta di uno dei pennuti, Coriko, il più anziano dei due, che ancora oggi stanno sul trespolo al limitare di Piazza della Misericordia. Il destinatario, una volta letta la missiva, la riattaccava alla zampa del pappagallo e quest’ultimo riprendeva il volo o per un’altra destinazione o verso Tortuga. Henry Morgan era comunque solito fare una copia dei suoi dispacci. In questo estratto, ritrovato tra le carte della biblioteca nella cabina del Capitano a bordo della Perla di Danu, si fa riferimento proprio al viaggio appena compiuto e alla figura del Primo Ufficiale Storm. Il contenuto era destinato allo Jarl di Helcaraxe e ad Harlock di Hammerheim.

Salve compare!
Ti comunico che sono tornato dal mio viaggio e naturalmente riprendo il mio posto tra i Corsari.
Spero che sia andato tutto bene con il mio ufficiale...è un ragazzo di cui mi fido e che credo abbia dimostrato di valerla tutta questa mia fiducia.
In ogni caso, se ci sono novità riguardo i precedenti accordi gradirei conoscerle.
Per cortesia riallaccia il messaggio alla zampa del pappagallo così che possa continuare il suo giro.

Avast.

*firmato elegantemente*
Capitano Henry Morgan

Kate Capsize è un’istituzione a Tortuga. Da sempre si è occupata di recapitare messaggi e di strillare i vari ordini del Capitano o di qualche ufficiale. La sua voce è conosciuta in ogni angolo dell’isola e merita un profondo rispetto per quello che ha vissuto e soprattutto ha raccontato negli anni, essendo presente sin dai primi passi degli Scarlatti.

È anche una persona saggia con un’ottima memoria, aspetto che l’ha aiutata molto a ricordare parecchie cose che ha urlato negli anni. A ciò si aggiunge che, nonostante sapesse di correre non pochi rischi, spesso e volentieri ha conservato una copia dei messaggi che, a suo parere, meritavano di non cadere nell'oblio.

E questo è uno di quei casi. Un giorno di fine Lithe dell’anno 268 la suddetta strillona consegna a Vahagart il seguente messaggio: 

Io, il Grande Capitano Henry Morgan o forse è meglio riferirsi a me come Commodoro...beh, insomma, me medesimo partirò per un viaggio nei Mari del Sud. Stavo, per l’appunto, studiando antiche e lerce mappe nautiche nella biblioteca di Hammerheim quando, per tutte le balene chiacchierone, sono incappato in una cosa davvero strana! Già, perché ho trovato una mappa ancora più antica e più lercia delle altre che indicava la presenza di un’isola sconosciuta nel profondo sud. 

Purtroppo non ho scoperto altri riferimenti a tale dannato posto se non in alcune leggende relative al culto di Danu. A quanto pare si narra che esista una Tartaruga Gigante, che sui testi chiamano Tortuga, la quale si dice che protegga i marinai più temerari, sebbene pare che nessuno l’abbia mai vista, nemmeno di chiappe! Beh, non chiedermi quale collegamento ci sia tra le due cose ma, se hai fiducia nel mio infallibile intuito (ricordati che ti ho fatto provare io quei deliziosi gamberoni al sugo di banana stufata), credo che le due cose siano in qualche modo collegate. Come ben sai, tutto ciò che è impossibile e insensato mi ha sempre attratto enormemente e per questo ho deciso di partire proprio per i Mari del Sud. Andrò a cercare questa tartaruga gigante e, dunque, proverò a verificare la locazione dell’isola dimenticata, se esiste!

Farò, infine, il tentativo di tornare tra qualche giorno ma, se non dovessi riuscirci, vienimi a cercare tu.
C’è una cosa che non ti ho detto e ovviamente che lo Jarl ignora...in tutti questi giorni ho riempito gli iceberg con barilotti esplosivi! Questo significa che la Perla di Danu potrà finalmente salpare da quei dannati mari ghiacciati verso lidi più caldi!

Ordina a quella ciurmaglia di senzatetto di rimetterla a nuovo e di preparare la polvere nera per i cannoni perché il mio ultimo comando prima di partire è proprio quello di raggiungermi con il galeone!
Sono sicuro che puoi farcela nonostante la tua evidente inferiorità rispetto a me nel governare una nave!

Il tuo capitano,
Henry Morgan

PS: Ho tracciato la rotta sul retro di questa pergamena...ricorda a mente le coordinate e poi bruciala!
*un sigillo chiude la missiva*

VAHAGART STORM

Ancora una volta, grazie ai racconti di quella miniera di informazioni che è Kate, sono venuto a conoscenza, attraverso una precisissima descrizione, della storia appena narrata ma vista dalla prospettiva dell’allora Primo Ufficiale Tocco. La ciurmaglia dei Corsari Scarlatti era riunita sulla Perla e parlottava ansiosamente. Il Primo Ufficiale si fece largo tra di loro avvicinandosi a lei, Kate la strillona.

«Oh eccoti Vahagart! Morgan ha lasciato una lettera per te!» gli disse.
«Tsk...che altro ha combinato adesso...»

Kate ricorda che Vahagart prese la lettera e iniziò a leggere attentamente: «Antiche mappe...isola...» 
Il corsaro non staccava gli occhi dalla missiva. Il suo sguardo si fece più freddo e i suoi occhi strabuzzarono quando lesse cosa doveva fare...timonare la Perla di Danu! 

«Mmm...la cosa si fa interessante…»
La ciurmaglia guardò Vahagart con fare ansioso e attese un cenno da parte di quest’ultimo, il quale girò la lettera. Lesse le coordinate molte volte e si concentrò finché non si stamparono in maniera indelebile nella sua mente. Dunque, si avvicinò ad una torcia e bruciò la lettera. 

A quel gesto i Corsari rimasero allibiti e iniziarono a sussurrare, ma prima che il mormorio degenerasse il Primo Ufficiale parlò: 

«Il Capitano è partito per un’importantissima missione! Tenetevi pronti perché lo raggiungeremo presto! Caricate le stive di viveri, armate i cannoni, procuratevi armi, armature e soprattutto Grog! Siate pronti ad un mio ordine!».
«Vahagart quale delle navi prenderemo? La Balena?». 
L’ufficiale sorrise in un modo quasi malefico, poi si girò verso tutti i Corsari: 

«Salperemo con la Perla di Danu!».

HUNK BLACKMORE

Tra i racconti che si tramandano a Tortuga ce n’è uno che vede protagonista il Nostromo Hunk Blackmore detto Sguardofreddo. Pare che fosse un uomo duro e tutto d’un pezzo. La mattina seguente l’annuncio di Tocco, Hunk scese nella stiva della Perla di Danu e iniziò ad urlare:

«SVEGLIA!!! SUDICI TOPI DI FOGNA!!! IN PIEDI!!!», e nel fare ciò tirava calci alle brande, «ABBIAMO UN MUCCHIO DI LAVORO DA FARE».

Al tempo non esisteva ancora il ruolo di Quartiermastro e dunque la disciplina era un po’ il compito di tutti gli ufficiali. Sguardofreddo, come suggerisce il nome di ciurma, era un uomo con cui non c’era da scherzare.
«Voi due!», rivolgendosi a due mozzi, «Secco! Straccio! Ramazzate il ponte! Mungo, occupati del fieno per gli animali e della polvere nera per i cannoni! Spaccatutto, prepara molta carne secca e riempi i barili di Grog!!! Eleanor, tanta stoffa per riparare le vele!!! Voi altri cercate di rendervi utili! Stupitemi e dimostratemi che non siete delle amebe rammollite senza cervello!».

Non appena finì di urlare ordini e di motivare a suo modo la ciurma, sputò in terra e sfregandosi le mani si diresse verso la sua cabina pare, secondo diverse voci, a preparare veleni.

LA CIURMA DI HENRY MORGAN

Prima di concludere, ho recuperato un vecchio libro contabile con le paghe e i nomi dei beneficiari di tanti anni fa. Si potrebbe pensare che tra la gente di mare ci siano soltanto ignoranti e beoni ma non è così. Date per assodate le profonde differenze tra un pirata e un corsaro, la maggioranza dei marinai comunque, o per studi compiuti durante l’infanzia o per necessità, impara a far di conto sia per non essere truffata sia per soddisfare i vizi del gioco e della carne nelle bische clandestine e nei postriboli. 

Questo libro, che a prima vista può sembrare irrilevante, ci consente invece di fare la conoscenza di alcuni dei componenti della ciurma di Morgan, alcuni addirittura ancora mozzi e senza il nome di ciurma. Per comodità, riporto semplicemente i nomi e i dobloni e qualche oggetto, espungendo tutte le diverse armi e armature per non appesantire la lista. 

Elemento interessante: tra questi uomini ci sono dei mozzi che saltano subito all’occhio: un giovanissimo Arpione, Seppia e Uragano e, in fondo alla lista, vi sono addirittura alcuni vecchi membri della Fratellanza Ramjalar i quali, all’epoca, erano legati a doppio filo con la ciurma scarlatta. 

Ultimo aspetto degno di nota: già allora esisteva la saggia consuetudine di riservare una parte del bottino alle casse della ciurma per le paghe ed equivaleva addirittura alla metà!

Eccovi la spartizione mensile di tutti tesori accumulati fino ad ora e derivanti da abbordaggi, furti, mappe e caccie varie. I tesori verranno così spartiti:

Capitano: Henry Morgan - 50.000 monete
Ufficiali: Vahagart Storm - 25.000 monete; Hunk Blackmore - 25.000 monete:
Sciamano: Obradesk - 15.000 monete + Libri vari

Pirati: Nevil - 15.000 monete; Gibberish - 15.000 monete

Mozzi: Sharim - 5.000 monete; Rishnak - 5.000 monete; Eldron - 5.000 monete; Delandil - 5.000 monete; Sparnet - 5.000 monete; Angelica - 5.000 monete; Sceolan - 5.000 monete; Saeros - 2.500 monete; Vuldoklan - 2.500 monete; Daren - 2.500 monete; Virien - 2.500 monete; Titilla - 2.500 monete 

Membri Affiliati ai Corsari:
Jerit - 5.000 monete; Elethien - 2.500 monete

Per le successive escursioni di noi Corsari (esclusi abbordaggi e caccie al tesoro), il bottino verrà diviso per metà fra i partecipanti a seconda del loro grado (Capitano 3 quote, Ufficiali e Pirati 2 quote, Mozzi 1 quota), e l’altra metà finirà nelle casse della gilda per la spartizione mensile.

Il capitano
Henry Morgan

 

Si concludono qui le storie che, più o meno direttamente, sono state vissute e raccontate. Il resto si mischia alla leggenda, a racconti pieni di elementi fantastici, forse poco attendibili, forse in parte veri. Nessuno lo saprà mai. 

Gli episodi finora narrati hanno davvero segnato l’inizio di un lungo viaggio che dura ancora oggi: la storia di una ciurma di reietti e di scarti dei grandi e nobili regni, di uomini e donne che, come fratelli e sorelle, hanno trovato un riscatto personale nella vita di mare e infine di un’isola selvaggia nel profondo Sud di Ardania che divenne il loro covo.

Tuttavia, come spesso accade nella vita, il fato gioca brutti scherzi e tutta la nostra realtà poggia su equilibri precari e insondabili. Gli Scarlatti avrebbero dovuto affrontare qualcosa che li avrebbe messi a dura prova: la morte del loro leggendario Capitano.

Un dubbio serpeggiava su tutta Tortuga: Morgan era davvero finito al Paravone?

VAHAGART STORM

La morte di Morgan, data da tutti per certa, fu un duro colpo per ogni membro della ciurma scarlatta. Tuttavia chi rimase davvero sconvolto nel profondo fu il suo braccio destro Storm. Ne fu talmente devastato che, per un periodo di tempo, decise di rimanere ai margini della ciurma rinunciando persino al naturale processo di successione al ruolo di Capitano. 

Sulla lapide di Tortuga si legge Qui riposa il glorioso capitano dei Corsari Scarlatti Henry Morgan, sebbene, per chi conosce i dettagli della sua dipartita, sa che sottoterra non vi può essere il corpo di quel pescecane. Tuttavia, come spesso accade, quando si ha a che fare con figure carismatiche come Morgan, attorno alla morte nacquero le storie più disparate e le varianti in merito si sprecarono per alimentarne la leggenda: ci fu chi disse che la bara sotto terra fosse vuota e la cosa aveva un suo senso considerato che, dai racconti di Tocco, Morgan trovò la morte in mare e che effettivamente il corpo non fu mai trovato e recuperato; altri sostennero che vi fossero solo pochi resti di Morgan; altri ancora che vi fosse il corpo di un mozzo dell’epoca. E queste sono solo alcune delle tante versioni. 

Per il momento non aggiungerò altro ma tutto sarà più chiaro con il procedere di questo racconto.

È certo che, subito dopo la scomparsa del primo capitano degli Scarlatti, Vahagart lo si vedeva spesso immobile mentre fissava una croce piantata nel terreno sull’isola di Tortuga. Alcuni scritti, ritrovati tra scaffali polverosi, raccontano la storia di ciò successe quel giorno dal punto di vista di Tocco. Pare che i ricordi tormentassero quest’ultimo ancora e ancora, senza requie: i ricordi di qualche giorno prima, i ricordi di morte.

Si narra che la tempesta fu veramente tremenda. Una nave, in alto mare combattendo contro onde gigantesche, stava a galla quasi per miracolo. Vahagart urlava ordini a destra e a manca mentre Henry rimaneva sulla prua a scrutare l’orizzonte. Per vedere cosa poi? Questo era ciò che si chiedeva l’Ufficiale. Con tutta quella pioggia...

I fulmini illuminavano il cielo a giorno ma sembravano, per fortuna, evitare la barca. Sarebbero arrivati a breve sull’isola, non mancava molto.

In mezzo al frastuono del temporale e delle onde che continuavano a sballottare la nave come se fosse di carta, si innalzò un terribile ruggito. Tutta la ciurma si fermò e anche il Primo Ufficiale scrutò il mare pensieroso e preoccupato, l’unico a rimanere tranquillo era Morgan.

Ad un tratto il terribile ruggito mostrò il suo volto: un enorme kraken sbucò proprio davanti alla nave e l’avvolse con i suoi lunghi tentacoli!

«Avanti ciurmaglia! Staccate quel polipone informe dalla nave! Tu ammaina le vele! Arcieri riempite quell’ammasso rossastro di frecce!».

Mentre il Primo Ufficiale dava ordini, il Capitano sfoderò la sua scintillante sciabola forgiata proprio dallo stesso Vahagart nel minerale più raro di Ardania e si lanciò all’attacco del kraken con una furia indomabile! La bestia tuttavia non aveva intenzione di arrendersi: nonostante le frecce conficcate sul dorso dell’enorme mostro, i tentacoli stavano piano piano distruggendo lo scafo. 

Ad un tratto, uno di questi afferrò Henry e lo portò in alto. Vahagart lasciò il timone e si scagliò contro il mostro con il suo fidato martello; dopo un paio di colpi ben assestati il mostro lasciò la presa e Henry cadde sulla nave. L’enorme kraken, quasi fosse indispettito dall’intromissione di Vahagart, lo afferrò con ben tre tentacoli e iniziò a stritolarlo. Dall’alta posizione Vahagart vide in lontananza un’isola vicina: Tortuga, casa, la salvezza! La nave stava colando a picco, la ciurma si era ormai dispersa e Tocco, con l’ultimo respiro che gli rimaneva in corpo, gridò al capitano: «Henry, per Danu, gettati in acqua! Nuota verso l’isola! Salvati! Non temere io in qualche modo me la cav...ARGH!».

Il kraken strinse sempre più forte Vahagart nella sua morsa terribile. Il corsaro stava per perdere i sensi quando, ad un tratto, sentì la presa allentarsi e, infine, cadde sulla nave insieme ad alcuni tentacoli staccati dal corpo dell’enorme abominio. 

Era ancora debole e visibilmente scosso, quando si sentì prendere dalla camicia. Henry se lo avvicinò a sé e sfoderò uno dei suoi soliti sorrisi.

«No figlio mio, qui quello che deve vivere sei tu».
«Cos…».

Con tutta la sua forza Henry scaraventò indietro Vahagart, il quale cercò di aggrapparsi all’uomo riuscendo soltanto a strappargli il cappello dal capo, prima di cadere in mare. Le sponde della Tortuga erano ormai molto vicine e Tocco, nonostante fosse fisicamente e psicologicamente distrutto, riuscì ad arrivare vivo sulla battigia.

L’ultima scena che vide prima di perdere i sensi fu raccapricciante: il kraken si gettò con tutta la sua enorme massa sulla nave inghiottendola completamente, Henry compreso.

Non poté frenare le lacrime che gli sgorgavano dagli occhi. Rimase immobile a lungo guardando il mare, incapace di fare altro. Infine si voltò e si diresse con passo incerto verso la Perla di Danu. Era straziato dal dolore e dalla stanchezza, inoltre era ferito e aveva bisogno di riposare. 

Se fosse stato attento e lucido come sempre, avrebbe certamente visto quel rivolo di fumo uscire da dietro una palma nei pressi del cimitero.

Arrivato nella sua cabina si buttò di peso sulla sua sedia, e osservò il cappello di Henry sul suo tavolo, l’unica cosa che era riuscito a recuperare. Lo fissò per ore, poi in un gesto di rabbia lo scaraventò a terra e si chiuse le mani sul viso. Si rialzò per andare a riprenderlo, quando notò uno strappo al suo interno, infilò la mano ed estrasse quella che sembrava una mappa, su di un punto di essa vi era un enorme croce con un teschio.

Vahagart sorrise leggermente, ma più che un sorriso era un smorfia, un sorriso amaro e freddo.

GIBBERISH DRIFTWOOD

Entra adesso in scena un altro personaggio molto importante che ha lasciato certamente il segno all’interno della ciurma. Egli, infatti, prenderà la barra del timone come capitano dei Corsari Scarlatti in maniera del tutto inaspettata. Abbiamo visto, infatti, come in un primo momento Tocco, devastato per la morte di Morgan, rinuncerà al suddetto ruolo. Gibberish Driftwood, detto Linguadoro, sarà dunque il secondo capitano della ciurma ma la guiderà con modi ambigui e calcolatori. In seguito verrà apertamente contestato non solo da Tocco, come si è avuto modo di leggere, ma anche da altri membri degli Scarlatti. Qualche beone giura di essere stato presente nel momento in cui Linguadoro apprese della morte di Morgan o di averne sentito la storia dai racconti che girano al Cannocchiale Rotto.

Di seguito la storia per come viene raccontata a Tortuga:

Quella sera Linguadoro era proprio il ragazzo spensierato che ricordava di essere. Sapeva che quel qualcosa non era morto, era solo sepolto sotto strati di preoccupazioni di quell’animo affardellato. Per una sera, però, quel velo opaco che solitamente lo ricopriva venne sollevato, e gli fu permesso di bagnarsi della candida luce della luna come un lattante in un tiepido bagnetto ristoratore.

I capelli ancora fradici, manovrava la ruota del timone con la stessa delicatezza che usava con le corde dei suoi amati strumenti, e la nave solcava veloce un mare calmo, piatto, che pareva quasi fatto di vetro: sì, gli sembrava di essere tornato bambino e di solcare i cumuli di neve di Helcaraxe col suo slittino. Anzi, era ancora meglio, mille volte meglio…volava; no, piroettava tra gli schizzi e la spuma come fossero le stelle del firmamento; scrutava il cielo aspettandosi quasi da un momento all’altro che sorgesse la stella del mattino…la sua stella, quella che, ormai aveva deciso, l’avrebbe sempre guidato, fino alla fine dei suoi giorni.

Corpo di mille balene! Se solo un mese prima qualcuno gli avesse raccontato una cosa del genere l’avrebbe fatto rinchiudere in un sanatorio! Chi l’avrebbe mai detto...

Improvvisamente si trovò la fronte imperlata di sudore…era arrivato a casa, finalmente, e l’abbigliamento che indossava certo non era adatto a quelle latitudini; questi pensieri lo scossero e d’un tratto si rese conto che la stella del mattino non poteva sorgere, non ancora…era troppo presto! Come tutte le cose belle si fanno attendere, e l’attesa è forse più dolce ancora della ricompensa.

Ancora rapito da quei pensieri manovrò magistralmente la piccola nave e la ormeggiò al solito molo; un’operazione che ormai ripeteva diverse volte al giorno da mesi e mesi.

Scese, e non gli sembrò di toccar terra; dovette accertarsene abbassando lo sguardo, di non trovarsi ad una spanna dalle assi della banchina. 

Ancora col naso per aria sentì una voce tremante chiedergli:
«Tu no sa, Gib?».

Il tono di quella voce fu come una violenta frustata; qualcosa di terribile era accaduto, qualcosa di inaspettato e decisamente catastrofico. Che il Guercio fosse ritornato ad occupare l’isola, sia sempre maledetto, con quelle specie di paperelle travestite da marinai? O che un gruppo di guastatori avesse aperto una falla nelle paratie della Perla di Danu?

«Morto…Henry Morgan, morto…», continuava a ripetere tra sé e sé, lo sguardo fisso su quella croce, quasi a convincersi che fosse tutto vero, che non fosse uno stupido scherzo di quel vecchio tricheco ubriacone…morto.

Il pensiero gli esplodeva nella testa ritmico come il martellare di un fabbro, possente come la voce di Aengus, e…triste…sì, triste…come le lacrime di Danu.

Qualcosa scattò dentro di lui. Una parte di sé si rese conto che bisognava far qualcosa per non impazzire.

«Sì! A tutti gli uomini sarà ordinato di vestire a lutto per un mese intero!!! Stoffa! C’è bisogno di tantissima stoffa nera!!!».

Come una molla scattò alla ricerca di chiunque fosse in grado di manovrare un’arma. Un patetico modo come qualunque altro per tenere la mente occupata, per non affrontare la realtà dei fatti.
Un’amara risata.

Già…aveva visto più acqua quella sera che in tutta la sua vita. Forse quel bagno all’alba non ci voleva, ma aveva voglia di stare da solo. Certo, nessuno era ancora in giro sull’isola, ma non voleva correre rischi.

Rannicchiato sul cocuzzolo di uno scoglio a poche decine di iarde dalla riva, fissava a testa china il suo liuto…lo guardava, ma non lo vedeva.

Occasionalmente estraeva un accordo, che risuonava nella calma della notte, sotto il cielo stellato. Quella notte non erano le sue mani, a suonare, ma il suo cuore. Si, nel suo cuore suonava un requiem, del fragore di mille orchestre.

Terminò la breve serie un accordo tremante, prolungato, quasi un lamento nella notte. Il giovane ragazzo spensierato alzò lo sguardo, quasi che i cieli stessi stessero gemendo per l’incolmabile perdita.

Così facendo, i suoi occhi si fissarono su un punto luminosissimo, appena sopra l’orizzonte, ad est.

La stella del mattino era finalmente sorta. Ma no, niente sarebbe più stato come prima.

Nulla più.

ALTRE REAZIONI DELLA CIURMA ALLA NOTIZIA DELLA DIPARTITA DI HENRY MORGAN

Raccontare tutti i risvolti e le reazioni della ciurma e della Tortuga tutta per la morte del primo leggendario capitano scarlatto non è un'impresa possibile. Ci sono storie che si intrecciano tra loro, personaggi che si sovrappongono, elementi che si confondono e tanto altro. Ho cercato in questo brano di isolare il più possibile le reazioni più conosciute o quelle dei personaggi più di spicco all'interno della ciurma di quei tempi. Di seguito, dunque, ci si potrà fare un'idea della figura di quel pescecane di Henry Morgan.

RISHNAK FRAELL

Il personaggio in questione è stato uno di quelli che hanno lasciato il segno all'interno della ciurma scarlatta. Il sangue gli ribolliva nelle vene, come un vero nordico, e spesso andava su tutte le furie. In breve tempo divenne corsaro, poi Primo Ufficiale, Quartiermastro e addirittura Capitano. Molto impulsivo e brutale, la sua ferocia era eguagliabile alla sua fedeltà nei confronti della ciurma scarlatta e della Fratellanza della Costa. Kate ricorda ancora fin troppo bene il momento in cui questi scoprì che il Capitano Henry Morgan aveva tirato le cuoia. Uragano, il nome lo rispecchia in pieno, ebbe una reazione violenta e terribile. Kate mi ha dato tutti i dettagli che riporto di seguito.

Un pesante tonfo si udì al cadere della pesante ascia vicino alla croce di legno, ultima dimora del glorioso Capitano Herny Morgan. Uragano non poteva ancora crederci: era lì impalato con uno sguardo spento davanti a quella croce mentre una tempesta di emozioni e rabbia gli stava lacerando l’anima.

Di colpo si destò, raccolse la pesante ascia e si avviò a grandi passi verso Kate. Una volta raggiunta la prese per il bavero e quasi la issò da terra, urlandogli in faccia: «DIMMI CHE È TUTTO UN TUO SCHERZO SCHIFOSO, DIMMELO!!!! DIMMI CHE IL CAPITANO NON È MORTO!!! DIMMELO!!!».

Kate, in preda allo spavento e sentendo quelle frasi, abbassò lo sguardo e, nel contempo, una piccola lacrima le scese lungo la guancia, rimanendo in silenzio senza proferire alcuna parola. Uragano vedendo quella reazione capì che non si trattava né di uno scherzo né di un gioco ma solo della crudele realtà.

Lasciò la presa e si diresse correndo come un pazzo verso la tomba del suo Capitano: aveva gli occhi stralunati e respirava affannosamente gonfiando il grosso petto e stringendo così forte l’ascia che le mani erano tutte rosse e tese.

Non poteva credere a quello che era successo e, mentre il cielo portò una forte tempesta, in preda a una furia inarrestabile, Uragano si gettò nella palude tranciando e mozzando, con feroci urla, tutto ciò che trovava davanti a sé. Continuò per ore finché il suo corpo crollò a terra in preda allo sfinimento.

Si alzò a stento e si diresse verso la Perla dove lo aspettava un riposo tormentato. Mentre percorreva il ponte vide, attraverso i piccoli vetri colorati della cabina, il Primo Ufficiale Vahagart Storm che fissava il cappello del Capitano, probabilmente l’unica cosa che gli era rimasta. Quella visione lo intristì nel profondo dell’anima e, con lo sguardo basso, si lasciò andare sulla branda ancora sporco di terra e sangue e, rannicchiandosi, pianse come un bambino che ha appena perso suo padre.

ELDRON

Di lui si sa poco e niente. Vahagart ne dà una breve descrizione a Tamburello nel racconto che si è già narrato ma non ci è arrivato molto altro o almeno io non ho ancora trovato nulla. Si trattava di elfo alto, un quenya che evidentemente, o per fede o per indole, si era distaccato dal Tulip per andare a finire nel posto più improbabile di tutti: Tortuga. Pare che sia stato un assassino molto abile, temuto e rispettato. Pare sia stato anche di poche parole, come è consuetudine per i gambesecche della sua stirpe, e che lo ingaggiassero per il lavoro sporco. Di lui tuttavia, rispetto ad altri, si perdono le tracce ben presto intorno all’anno 269, quando la ciurma è guidata da Tocco come capitano.
Stralci si sanno altresì in merito a quando venne a sapere della scomparsa di Morgan.

Teschio era tornato dopo una settimana passata nei freddi ghiacci di Helcaraxe. Girando per l’isola scorse una nuova croce, lesse il nome inciso e rimase immobile come pietrificato. Sudore e lacrime scendevano lungo il suo viso di elfo. Infine osservò il cielo e disse: «Ora che te ne sei andato che ne sarà di noi?».

Silenzioso tornò ai moli, equipaggiò la barca per partire e navigò fino ad arrivare al villaggio qwaylar dove si ritirò parecchio tempo a meditare.

NEVIL

Una figura molto carismatica fu quella di Nevil, detto Spaccatutto, il Boia dei Corsari Scarlatti. Si sa che fu un personaggio di spicco nelle prime ciurme e di lui si fa riferimento in diverse carte e pergamene ma anche nei racconti e nelle gesta che riguardano gli Scarlatti. È giunta sino a noi la testimonianza riguardo alla sua reazione per la morte di Henry Morgan.

Nevil fissò a lungo la croce conficcata nel terreno. A stento poteva credere ciò che aveva udito dai suoi compagni! Dopo ore perse con lo sguardo rivolto al mare, prese la sua ascia e con tutta la forza la scagliò lontano.

Nello stesso istante in cui si sentì il tonfo di quest’ultima nel mare, una lacrima scivolò dal suo viso e bagnò la sabbia! Infine andò alla perla e si spogliò!
Aprì il baule e ripose i suoi vestiti, prendendone altri di un colore diverso: dal rosso sangue li cambiò con altri identici ma di un colore nero notte.

ARPIONE

Questo membro della ciurma dei Corsari Scarlatti è attualmente uno dei più anziani e più importanti e soprattutto pare sia ancora vivo, sebbene non si faccia vedere da qualche tempo. Arpione fu un mozzo di Morgan e, nel tempo, divenne corsaro, timoniere e infine Primo Ufficiale. Ha conosciuto tutti i capitani e fatto parte di tutte le ciurme finora conosciute su Tortuga. Mezzosangue maledetto, è stato un abile combattente, soprattutto in prima linea, e un grande lupo di mare. Tutti sull’isola conoscono Arpione e molti ricordano il giorno in cui seppe della dipartita del suo primo capitano. Riporto di seguito la storia che viene raccontata su Tortuga.

Arpione era appena tornato da una settimana molto travagliata, che lo aveva visto toccare le coste di Helcaraxe e di Coeoris. Ancorò il battello al molo e si recò verso la piazza, quando scorse una croce di legno.
Si avvicinò e lesse le parole che vi erano incise sopra: “Qui riposa il glorioso capitano dei Corsari Scarlatti Henry Morgan”.
Il cuore cessò di battere per un istante, il respiro si mozzò, ma Arpione non disse nulla, chiuse gli occhi per un secondo, affidando tra sé e sé l’anima del capitano ad Earlann. Infine voltò le spalle alla croce e, in silenzio, si diresse verso il molo. Nessuno lo vide, ma il mezz’elfo rimase seduto su un barile per tre ore, fissando ciò che il Capitano gli aveva insegnato ad amare, ma anche ciò che si era portato via il capitano stesso: il mare.

Dopo la lunga riflessione, mormorò queste parole: «Beh, se proprio te ne dovevi andare, sei stato fortunato. Ti ha portato via una cosa che amavi, forse l’unica che amavi davvero».

INVITO AL FUNERALE

Vi sono stati di certo altri membri della ciurma che hanno vissuto il lutto a loro modo tuttavia non ci è dato sapere quale sia stata la loro reazione. Ciò che ci è noto è che, poco dopo la morte di Morgan, al Cannocchiale Rotto apparve una piccola pergamena conficcata con un pugnale. Alcuni beoni semplicemente non si resero conto di quel messaggio, continuando a bere, ma altri rimasero quasi atterriti e si chiusero in un silenzio tombale.

Il messaggio recitava:

«Molti lo chiamerebbero eroe, altri lo chiamerebbero ladro, altri ancora lo chiamerebbero nemico, ma a tutti loro, questo è sicuro, mancherà la sua presenza così allegra e, allo stesso tempo, tenebrosa. Persino i suoi nemici dovranno ammettere che, con la sua dipartita, qualcosa si è spento, un po’ come una candela che ardeva incessantemente e ora non è più. E in particolare i suoi amici sapranno che non vedranno mai più quel farabutto ubriacone solcare i mari. Chi più chi meno, chi per un motivo, chi per un altro, tutti hanno stimato e odiato allo stesso tempo quest’uomo.

Il giorno 22 del corrente mese, alla ventiduesima ora, si commemorerà la morte del valoroso capitano dei Corsari Scarlatti Henry Morgan sull’isola sperduta nel profondo sud chiamata Tortuga. In questo luogo vi saranno tutti coloro che vorranno rendergli omaggio e, per una volta sola, che sia per tutti un momento di pace e fratellanza. Che le barriere, razziali e non, cadano in questo giorno di lutto, che Tortuga si riempia di preghiere e soprattutto di grog.
Al termine della cerimonia vi sarà la nomina del nuovo Capitano dei Corsari Scarlatti, in maniera tale che questi sia ben noto a tutti come successore di Morgan».

Lo stesso messaggio fu inviato praticamente a tutta Ardania.
La data a cui si fa riferimento nel testo è il 22 Dodecabrullo 268.

IL GIORNO DEL FUNERALE

Fu un giorno triste quello per tutta Tortuga, il giorno in cui tutti furono costretti a dare ufficialmente l’addio al loro capitano e in cui cominciarono a comprendere che, da quel giorno, tutto sarebbe cambiato. I vecchi corsari della ciurma hanno spesso narrato quel giorno agli Scarlatti più giovani. Riprendo le loro parole, scavando nella mia memoria.

Il sole è sorto su Tortuga. I Corsari alle prime luci dell’alba sono già attivi: i mozzi puliscono il ponte, Hunk Blackmore è chiuso nella sua cabina a studiare mappe di tesori nascosti e i Pirati si stiracchiano nella stiva della Perla. Tuttavia ciascuno di loro è consapevole che questo non sarà un giorno come gli altri. È più lento quasi come se il tempo si dilatasse e fossero ben due giorni quelli che passano tra la mattina e la sera.

È un’attesa insolita, pesante; proprio come quando, prima di una battaglia, si controlla tutto l’equipaggiamento ma, in cuor tuo, non si vede l’ora che comincino a cantare le armi.
Con questa atmosfera, coronata da un silenzio insolito per un'isola come Tortuga, i Corsari consumano il loro rancio e ingannano il tempo come possono, fino al sopraggiungere del tramonto.

Arpione e Tocco sono di vedetta e avvistano le navi degli amici d’oltremare che non si fanno attendere, tra i quali c'è anche una delegazione di Helcaraxe, i cosiddetti cugini del Nord. Non appena tutti coloro i quali erano attesi sono radunati, l’artificiere si mette d’accordo sul numero di salve da sparare: quello è il segnale perché la cerimonia abbia inizio.

A dare inizio al rito, prendendo la parola, è il Primo Ufficiale Vahagart Storm, il quale fa un discorso commovente ricordando il suo amico nonché padre adottivo. Anche lo Jarl di Helcaraxe parla esaltando il vecchio Capitano. Si procede così, dando i massimi onori al vecchio lupo di mare finché accade qualcosa di inaspettato. Con grande sorpresa di tutti, infatti, Corsari compresi, Vahagart, naturale erede della carica di Capitano, rinuncia al ruolo, declinando l’offerta e lasciando che sia Linguadoro a prendere la carica. Questi, preso alla sprovvista, appare un po’ impacciato sul rozzo palchetto che era stato allestito per la commemorazione.

Al termine della cerimonia, ben undici palle di cannone vengono sparate, tra lo stupore generale degli invitati che assistono dalla spiaggia.

Infine, in perfetta linea con lo stile piratesco, il neo capitano offre da bere a tutti in locanda tuttavia, com’era prevedibile, tra l’alcol e l’indole brutale e selvaggia di quegli uomini, scoppia una “classica” rissa tra Pirati e Nordici a coronamento della serata.

Grazie alla benevolenza di Danu, quella morsa che stringeva lo stomaco poco prima della cerimonia, si è un po’ alleggerita subito dopo la fine della celebrazione.

Così, secondo i racconti dell’isola, si concluse quel giorno storico.

Morgan, tuttavia, era un uomo pieno di sorprese e lo sarà anche da "morto".

Una nuova alba sorgeva all’orizzonte per tutta Tortuga!

LE PRIME CIURME

In seguito alla finta morte di Henry Morgan, come si è visto, la guida della ciurma passò a Linguadoro. Tale guida, tuttavia, avrà vita breve per via di alcune scelte personali che questi fece e che verranno narrate nei prossimi racconti. Arriverà, dunque, presto il momento di Capitan Tocco e inizierà un periodo florido e pieno di avventure che porterà alla cosiddetta “Età dell’oro” di Tortuga e dei Corsari Scarlatti.

LA CIURMA DI LINGUADORO


Ancora una volta, grazie al libro contabile, conosciamo nomi e ruoli della ciurma del secondo capitano dei Corsari Scarlatti.

Nuova spartizione mensile!!! Accorrete ciurmaglia! Eccovi l’elenco degli aventi diritto ad una quota delle nostre scorribande!!! Leggete pure la lista e tra due o tre giorni recatevi nella cabina del Capitano per ricevere la vostra quota!

Capitano - Gibberish Driftwood detto Linguadoro - 35000 monete
Primo Ufficiale - Vahagart Storm detto Tocco - 30000 monete
Nostromo - Hunk Blackmore detto Sguardofreddo - 30000 monete + Pistola
Boia - Nevil detto Spaccatutto - 22000 monete
Sciamano - Obradesk detto Testa di Papaia - 22000 monete + libri
Pirata - Eldron detto Teschio - 15000 monete
Pirata - J detto J - 15000 monete
Pirata - Rishnak Fraell detto Uragano - 15000 monete
Pirata - Sharim detto Arpione - 15000 monete
Mozzo - Aerandir detto Ancora - 10000 monete
Mozzo - Erya Ceridwen detta Talpa - 10000 monete
Mozzo - Moruen Tufon detta La Rossa - 10000 monete
Mozzo - Nimue detta Stalattite - 10000 monete
Mozzo - Titilla D’Argor detta Zecca - 10000 monete
Mozzo - Vuldoklan detto Mustazzo - 10000 monete
Mozzo - Saeros detto Pitocco - 5000 monete
Mozzo - Daren Fenth detto Tafano - 5000 monete

Questa è la ciurma del secondo storico capitano di Tortuga la quale, di lì a pochissimo, sarà impegnata, armi in pugno, in una grande impresa: l'ingaggio come mercenari nella guerra civile di Hammerheim. 

A questo proposito è necessario aggiungere qualche parola in più: poche cose sono certe a questo mondo e una di queste è il sangue che scorre per le strade del Continente Umano. Gli scontri in quei luoghi di potere, infatti, sono qualcosa di ciclico. La guerra civile nella Capitale del regno umano, e non solo lì, era e rimane ancora oggi una certezza.

In quel tempo ad Hammerheim regnava Grifis quale imperatore delle Westlands. La storia, si sa, è fatta dagli storici e tra le fonti abbiamo spesso diverse prospettive: c’è chi racconta dalla posizione privilegiata dei vincitori ovvero c’è quella degli sconfitti. Per tali ragioni, ognuno, soprattutto con il passare del tempo, può raccontare la propria versione dei fatti. 

In questo caso abbiamo due posizioni nette e senza sfumature: quella dei sodali del sovrano in cui si racconta che Lord Grifis fosse un uomo saggio e che regnasse con giustizia e rettitudine, fino al tradimento da parte di uno dei suoi uomini di fiducia; e quella di chi si ribellò a quest'ultimo in cui, invece, si restituisce un'immagine completamente ribaltata del sovrano, descritto come un uomo lassista, amorale, avido e assetato di potere, totalmente preda della vanità.

L’imperatore Grifis dalla sua aveva una cerchia formata da nobili e personalità importanti in tutto il Contintente Umano: uomini come il generale Fergus Rhaylith, il Giudice Imperiale Berlenzio Stormsailor, il Gendarme di Hammerheim Zell Hinir, Harlock Konradin e altri ancora tra cui un giovane gendarme di nome Kernal.

Tra queste personalità vi era anche Hangius, un uomo e un soldato che si ribellò, a detta di alcuni, in nome di Hammerheim e dei suoi sudditi per liberarla da un tiranno. 

È evidente che, anche per quest’ultimo, vale ciò che è stato scritto per Grifis: per alcuni è passato alla storia come un brigante e un traditore, per altri è stato una guida ribelle e un liberatore contro un tiranno. 

Ciò che è certo è che questi si oppose all’imperatore, sferrando un attacco a sorpresa contro le truppe della Capitale la sera del 14 Postapritore 269. Al suo fianco si schiereranno i Corsari Scarlatti.

Tutto ciò ebbe però un inizio preciso e accadde qualche tempo prima.

GIBBERISH DRIFTWOOD
PARTE I

Sull'isola, tra le imprese degli Scarlatti che i tortughesi più vecchi sopravvissuti al grog e alla volubilità della Signora dei Flutti ancora raccontano, c’è la partecipazione della ciurma alla Guerra Civile di Hammerheim del 269. Diversi furono gli scontri tra lealisti e ribelli ma vi è un episodio particolarmente interessante. Con ogni probabilità, Linguadoro avrà raccontato più volte ai suoi Fratelli della Costa le sensazioni che provò prima della battaglia. 

Va ribadito che la storia la fanno i vincitori e, tenendo fede a questo assunto, la ciurma scarlatta non combatté solo per la fame di bottino o di dobloni ma soprattutto per una questione di senso dell’onore e di rivalsa. 

A detta del secondo capitano scarlatto, infatti, i damerini li avevano sempre trattati con sufficienza, laddove non li avevano addirittura maltrattati, umiliati e derisi. Considerati esuli, scarti della società, inutili, sporchi e cattivi, combatterono per avere una rivincita. La rivincita degli ultimi.

Dall’altro lato della strada Linguadoro passava in rassegna i suoi uomini, imitando il comandante in capo Hangius, che faceva lo stesso coi propri. Presto avrebbero sferrato un ennesimo assalto alle mura, falciando nemici, mietendo vittime. Non aveva mai visto la ciurma tanto decisa, mai.
Certo, aveva combattuto con loro mille e mille volte, e l’avrebbe fatto mille volte ancora, ma non credeva che sarebbe mai più riuscito a vedere tale determinazione nel liberare il mondo da quella piaga.

La cosa più interessante era appunto l’assenza di un qualcosa da definire "bottino". Strano, perché solitamente era il loro sprone principale. Ma...è vero quel che dicevano i vecchi saggi di Picco dell’Aquila: non tutti i tesori sono d’oro e gioielli.

Stavolta in ballo c’era l’orgoglio; era finalmente giunto il momento di rifarsi delle tante angherie subite nel tempo, solo perché non avevano voluto piegarsi a quel che si definiva un imperatore, ma in realtà non era altro che un bambino viziato che amava baloccarsi colle vite dei suoi sudditi, e poi romperli e gettarli via, come delle vecchie bambole di pezza.

Sistemando gli arcieri ai lati della strada l’occhio gli cadde sull’edificio in cui lavorava il vecchio pazzo banditore Auldan. Vecchio e pazzo, già, ma tanto simpatico. Aveva ancora vivido nella memoria il primo incontro con lui quando, insieme ad un altro povero ragazzo, andò a chiedere di essere annoverato tra le fila dei mantelli verdi, pieno d’orgoglio.

Giorni lontani, ormai...molto lontani, e non solo nel tempo. L’orgoglio, una volta resosi conto di dove si trovava, era venuto meno lasciando spazio al disprezzo. Già, nella remota isola di Helcaraxe arrivavano solo voci della magnificenza della capitale dell’impero e così in tutte le altre distanti province, come aveva avuto modo di notare. Il modo in cui parlavano della capitale i tiondini, ad esempio, o come la si conosceva a Tremec. Questo pensiero gli strappò un sorriso. Cosa ne sanno loro? Vengono qui per delle visite diplomatiche, soggiornano nei lussuosi quartieri del centro, tra nobili e signorotti d’ogni genere: ovvio che le mura sembrino lastricate d’oro e le strade ricoperte di petali di rosa.

No, loro non erano mai stati fuori dalle mura, tra i campi, tra la gente semplice, le prime persone che l’allora spensierato ragazzo aveva incontrato inoltrandosi in città. Nessuna voce era giunta alle loro orecchie dei contadini affamati che avevano abbandonato la capitale in massa, percorrendo a piedi migliaia e migliaia di leghe, per trasferirsi all’estremo limite orientale delle terre umane, e fondare lì un villaggio di cui poter essere padroni, senza tiranni a cui rispondere, il tranquillo villaggio di Loknar.

No, affatto! Loro non erano sbarcati con lui pochi giorni prima sulla spiaggia appena fuori città, non avevano notato il casolare di Adley, porte e finestre sbarrate, i campi coperti d’erbacce. Non erano stati salutati da un uomo dimesso, affamato, che piangeva la perdita della moglie al secondo parto. Non avevano sentito quell’uomo descrivere come i tirapiedi dell’imperatore gli avessero portato via tutto il raccolto, e come i sacerdoti gli voltassero le spalle ad ogni richiesta d’aiuto, chi perché troppo impegnato a svolgere stupide funzioni per celebrare la grandezza dell’impero, chi semplicemente vendutosi per un posto in consiglio, chi ormai risucchiato nel vorticoso mondo dei giochi di potere di corte.

No, no. Loro non avevano visto gli occhi di quell’uomo, colmi d’apprensione non tanto per sé, ma per il futuro del figlio che doveva ormai accudire da solo. Non li avevano visti prima, colmi di speranza quando i suoi vicini avevano abbandonato i casolari per cercare terre libere da colonizzare e coltivare. Né l’avevano visto prima ancora, occhi allegri, che salutavano un povero viandante, un ragazzo che scendeva, solo, dalle gelide terre del nord, e che aveva bussato al casolare chiedendo un mucchio di paglia su cui dormire, un tozzo di pane per recuperare le forze e al quale era stato concesso un letto caldo e una zuppa tonificante.

Già, riviveva la scena come stesse succedendo in quel preciso istante. In seguito, quando le cose avevano cominciato a mettersi meglio per il ragazzo, aveva trovato il modo per sdebitarsi, più e più volte.

«ATTENZIONE!!! TENETEVI FUORI TIRO!!!»

GIBBERISH DRIFTWOOD
PARTE II

Le urla del Nostromo lo scossero, riportandolo bruscamente alla realtà. C’era bisogno di schierare gli uomini e dare loro ordini precisi: il nemico avrebbe potuto tentare una sortita da un momento all’altro e dovevano farsi trovar pronti ad accoglierlo.

Una volta disposti, tornò ad osservarli, decisamente fiero di loro. Disciplinati, efficienti, letali. Bravi ragazzi, ottimi ufficiali. E sì che molti di loro venivano giusto da Hammerheim. Quella città era sempre stato il più ricco vivaio per la Fratellanza della Costa, dal quale attingere nuova linfa vitale, giovani e promettenti ragazzi da trasformare in marinai provetti ed eccellenti mercanti. Ragazzi che decidevano di abbandonare la città non tanto per le promesse di ricchezza, perché sapevano benissimo com’è la vita di un mozzo, ma perché nauseati, disgustati dalla malvagia oppressione che veniva lì esercitata sui ceti inferiori. Beh, non potevano fargli più grande favore, schifosa feccia imperiale! Chi semina vento raccoglie tempesta, dicono i saggi, ed ancora una volta il tempo gli ha dato ragione. 

La tempesta era finalmente giunta. Riprese ad osservarli, fermi nelle posizioni indicategli, frementi in attesa del nemico.

Fissò lo sguardo sul volto vigile del Nostromo, rivide il momento in cui urlava, mani in alto, di voler solo parlamentare, il giorno in cui la marina imperiale invase la tranquilla isola tropicale dove erano andati a stabilirsi, appunto, per star fuori dagli intrighi con cui nulla volevano avere a che fare. Un lampo e rivide il suo corpo giacere a terra senza vita, crivellato di frecce, ustionato da esplosioni e fiammate, con poco oltre il Guercio, l’ammiraglio Reventlov, che rideva sguaiatamente. E come lui diversi altri, quella sera. Tutto per un capriccio dell’imperatore.

Passò oltre e si trovò sotto gli occhi una grossa maschera tribale qwaylar, tinta di rosso scarlatto. Cogli occhi della memoria si spinse oltre la maschera ed osservò il volto orribilmente sfigurato del povero sciamano, Testa di Papaia. Quel volto che gli era costato tante umiliazioni. 

Aveva penato tanto per fargli ottenere un permesso per portare la maschera in città, perché potesse coprire le sue vergogne, perché potesse essergli risparmiata quell’umiliazione. Pregò per ore l’armato Pados Mylic perché gli fornisse un permesso ed alla fine la fatica fu coronata dal successo. 

“Ad una condizione, però: deve mostrarsi a volto scoperto e farsi ritrarre”. Bene, pur di evitare problemi, questo ed altro. Aveva trascurato, però, di prendere in considerazione il cuore dell’armato: appena visto il suo volto sfigurato, prima una smorfia di disgusto gli contrasse i lineamenti per poi cominciare a schernirlo ed umiliarlo nei modi peggiori, come neanche un selvaggio qwaylar avrebbe potuto fare.

Per amor di pace, come sempre, l’episodio fu chiuso nel cassetto. 

Poco dopo, però, fu la volta del cancelliere Ged Rhynd. Rivide Papaia mugugnare e gesticolare, tentando di far intendere al duca che possedeva un permesso, mentre due miliziani lo tenevano fermo, mentre il nobile gli sfilava la maschera dal volto. I miliziani lo lasciarono di scatto, disgustati da quel volto sfigurato dalle cicatrici. A nulla valsero le spiegazioni dell’allora artificiere Linguadoro, il permesso fu dichiarato nullo ed era tenuto a mostrarsi a volto scoperto come chiunque altro in città. 

Mai. 

Piuttosto non sarebbero più tornati in quella città. E per amor di pace, ancora una volta, anche quell’episodio finì nel dimenticatoio.

Accanto a lui c’era Zecca, quella dolce ragazza indurita da tante angherie subite dagli imperiali. L’avevano accusata di aggressione a due miliziani, ma nulla dicevano delle sevizie da lei subite ripetutamente; nulla si sapeva di Saizar, che stava lì a guardare i miliziani approfittarsi di lei sogghignando e godendosi lo spettacolo, quasi si trovasse comodamente seduto su una balconata nel regio teatro. Maledetti sadici bastardi. Aggressione? La forca, ci voleva! Un cappio al collo, altro che due palmi d’acciaio tra le scapole!

Già, sadici e senza cuore: come l’ex reggente, ubriaco peggio di un fiasco di vino elfico, che pur di far colpo su due signorine dalla dubbia fama non ha disdegnato di malmenare il povero Ancora, sbattendolo infine in una pozza di fango e quasi annegandocelo dentro a viva forza. 

Da allora il povero ragazzo è in preda alle convulsioni al solo sentire la parola “fango”.