In un passato non troppo remoto, nel cuore della giungla sorgeva una vasta Città di Pietra abitata dal popolo di Mawu. Numerose tribù convivevano collaborando tra loro, in equilibrio con Mawu e con gli spiriti della foresta, sotto la guida del saggio Tlatoani Wukamota.
Era un’epoca prospera, templi imponenti si innalzavano sopra la città e il favore degli spiriti veniva assicurato tramite sacrifici crudeli e sanguinosi, ai quali partecipava l’intera popolazione. Spesso le vittime avevano forma umanoide, mentre solo raramente venivano scelti qwaylar stessi, designati direttamente da Sakapta, lo spirito della Morte e delle Maledizioni, attraverso gli occhi degli Sciamani.
La principale minaccia per il popolo di Mawu proveniva dal Popolo del Sacro Coccodrillo, stanziato in una grande città nel deserto confinante con la giungla. I loro mercanti necessitavano di schiavi e si avventuravano frequentemente nella foresta per catturarli. I qwaylar che si avvicinavano ai confini erano inevitabilmente esposti al pericolo: i Tremecciani tendevano imboscate con numerosi cacciatori di schiavi, e una volta circondati era impossibile sfuggire. Molti abitanti della giungla vennero strappati alle loro famiglie e venduti con profitto. Tra loro vi era Mombata.
Mombata trascorse molti anni in schiavitù. Il suo padrone era il più potente mercante di Tremec, nonché fratello del Visir. Contrariamente a quanto si raccontava nelle capanne qwaylar, gli schiavi a Tremec erano considerati merce preziosa e trattati di conseguenza: nutriti, curati e raramente maltrattati. Col passare del tempo, Mombata instaurò un legame con la figlia del suo padrone, una donna contraria alle usanze crudeli del suo popolo.
Una notte, i due fuggirono insieme. Attraversarono il deserto e, dopo aver evitato predatori notturni e bestie selvagge, riuscirono a raggiungere la giungla e infine la Città di Pietra. Mombata si recò immediatamente al grande tempio di Mawu per ringraziarlo di non averlo abbandonato. Fu allora che percepì per la prima volta che Mawu era vivo e in grado di comunicare con lui.
Il Tlatoani Wukamota, però, svegliato dalle grida di gioia per il ritorno di Mombata, decretò la morte della giovane donna che lo aveva aiutato. Per compensare tutti gli schiavi sottratti dal Popolo del Coccodrillo, non faceva distinzione tra Tremecciani buoni o malvagi. Consigliato da Sciamani e Anziani, stabilì il destino della ragazza. Mombata tentò di opporsi, ma senza successo: quella stessa notte la donna venne sacrificata sull’altare del tempio, e la sua testa fu inviata a Tremec.
Questo gesto scatenò una guerra senza precedenti tra la giungla e il deserto.
Un grande esercito partì da Tremec, equipaggiato con armi, armature e provviste, deciso a ridurre in schiavitù l’intero popolo della giungla. Tuttavia, non avevano considerato gli spiriti della foresta né le tecniche di combattimento dei qwaylar. Invisibili tra gli alberi, questi utilizzavano trappole e frecce avvelenate. Non si udivano grida, solo il tonfo dei corpi che cadevano, colpiti da dardi lanciati dalle fitte chiome. Molti invasori furono sgozzati, altri, pur feriti mortalmente, riuscirono a tornare nel deserto. La giungla si tinse di sangue: la vittoria fu ottenuta a caro prezzo, ma l’esercito di Tremec venne respinto.
Subito dopo, guerrieri, cacciatori, stregoni e sciamani si riunirono nella Città di Pietra. Tutti gli Anziani erano presenti, così come Mombata, tra la folla raccolta attorno al consiglio guidato dal Tlatoani.
Wukamota propose di inseguire i Tremecciani e liberare gli schiavi, approfittando delle loro perdite. Molti Anziani concordarono, ma Mombata si oppose. Facendosi largo tra la folla assetata di vendetta, dichiarò con forza che quella non era la volontà di Mawu: il popolo doveva restare nella foresta, difenderla e non avventurarsi nel deserto, dove il Grande Spirito non avrebbe potuto aiutarli. Sarebbero morti in molti.
Ancora una volta, Wukamota ignorò le sue parole. Ordinò a tutti i qwaylar di marciare nel deserto e porre assedio a Tremec. Mombata tentò di convincere il popolo, ma solo pochi lo seguirono; la maggior parte si unì al Tlatoani.
Mombata raccolse quei pochi e si ritirò nella giungla più profonda, deciso a vivere in armonia con Mawu e a salvare il suo popolo in quel modo.
Nel frattempo, nel deserto, l’ira di Wukamota cresceva mentre i qwaylar soffrivano: disorientati, oppressi dal caldo e dalla luce implacabile del sole, privi di alberi e di copertura, non potevano applicare le loro strategie. I superstiti furono pochissimi. Tra loro vi era Wukamota, che tornò ferito e sconfitto alla Città di Pietra.
Mawu decise allora di punirlo. Parlò attraverso la voce degli alberi: il suo popolo non aveva ascoltato il Grande Spirito e non meritava più i suoi doni. Le nuvole presero forma di draghi e distrussero la Città di Pietra. Solo il tempio dedicato a Mawu rimase intatto, unico sopravvissuto alla sua furia.
Pochi qwaylar si salvarono. Alcuni raggiunsero Mombata, che li guidò nella giungla fino a una grande radura protetta da una montagna imponente. Lì, vicino a una sorgente, fondarono un nuovo villaggio chiamato Waka Nui, “la tana del Saggio”, in onore della loro nuova guida, Mombata.
Durante l’attacco dei Draghi Verdi, alcuni suoi seguaci furono costretti a rifugiarsi in una grotta che un tempo conduceva a un avamposto nelle terre di Watan, una regione ancora selvaggia e popolata da creature pericolose. I draghi li raggiunsero e fecero crollare l’ingresso del passaggio, che rimase sconosciuto per molti anni ai giovani abitanti di Waka Nui.
Coloro che avevano ignorato la volontà di Mawu furono quasi annientati. I pochi sopravvissuti attribuirono la catastrofe a Mombata, convinti che avesse evocato la distruzione tramite oscuri riti legati allo spirito della Morte, e rifiutarono di unirsi a lui.
Dispersi nella giungla, si organizzarono in diverse tribù, alcune delle quali restano tuttora sconosciute. Tra queste, una delle più grandi scelse come Tlatoani un potente guerriero di nome Kokaroti.