Il popolo qwaylar si mostra estremamente aperto e disponibile con i propri simili, mentre nei confronti degli stranieri è riservato, diffidente e talvolta apertamente ostile. La loro terra d’origine è la giungla, un vasto territorio che si estende a sud del deserto di Tremec. In essa si trovano diversi luoghi considerati sacri: l’antico tempio, unica struttura sopravvissuta alla distruzione causata dai Draghi; Waka Nui, il villaggio fondato da Mombata; la grotta sacra, riemersa dall’oblio; e, indirettamente, il villaggio di Kaniga Wata, abitato da discendenti dello stesso antico popolo. Numerose altre tribù abitano la giungla, molte sconosciute perfino ai Figli di Mombata e del tutto indifferenti alle vicende del mondo esterno.
Quando uno straniero viene sorpreso all’interno dei territori Qwaylar, gli viene prima chiesto il motivo della sua presenza; in base alla risposta, può essere invitato ad andarsene oppure ucciso. In genere è necessario un preavviso per accedere al villaggio senza pericolo. In tal caso, lo straniero viene scortato, trattato con rispetto e gli vengono offerti cibo, riposo e talvolta anche erbapipa, come segno di ospitalità.
Chi ottiene il permesso di entrare deve portare con sé un dono, simbolo delle proprie intenzioni pacifiche. Questo viene consegnato al primo qwaylar incontrato, che si presenta e accompagna lo straniero fino al villaggio, affidando poi il dono a un anziano. Lo straniero viene informato delle regole fondamentali: se tenta di ingannare i qwaylar, ad esempio mentendo sul dono, raccogliendo risorse senza permesso, entrando in zone proibite o comportandosi in modo irrispettoso, viene immediatamente cacciato.
A causa di questa diffidenza, il popolo della giungla è poco conosciuto e circondato da molte false credenze. Tuttavia, chi viene accettato scopre che i qwaylar possono instaurare rapporti di grande confidenza, superando l’ostilità iniziale. Appaiono meno selvaggi di quanto sembri a un primo incontro, e molti avrebbero da imparare da loro. Chi conquista la loro fiducia trova alleati leali, sinceri e rispettosi, che danno priorità ai valori morali e fraterni piuttosto che al guadagno materiale.
Alcuni popoli sono storicamente nemici, come i tremecciani dell’Oasi di Tremec, che per anni hanno rapito qwaylar di Waka Nui per ridurli in schiavitù. Oggi questa pratica continua, ma le vittime non provengono più da Waka Nui bensì da altre popolazioni selvagge, riducendo così le tensioni tra i due popoli e portando a un equilibrio fragile.
I popoli alleati sono invece accolti favorevolmente, pur con limitazioni: alcune aree della giungla restano proibite e la raccolta di risorse richiede autorizzazione. Spetta al qwaylar stabilire eventuali compensi, spesso sotto forma di parte del raccolto.
Nonostante i conflitti interni, i qwaylar non definirebbero mai sé stessi o altri della loro razza come “selvaggi”, termine invece usato spesso dagli uomini bianchi. Secondo la loro tradizione, la giungla è la casa originaria di Mawu, che ha creato tutti i suoi figli uguali affinché vivessero rispettando gli Spiriti. Da qui nasce il concetto di “nemico fraterno”: anche in guerra, un qwaylar resta sempre un pari agli occhi di un altro, purché rispetti la volontà degli Spiriti.
L’abbigliamento qwaylar è essenziale, pratico e adattato al loro stile di vita. Non indossano spontaneamente abiti tipici degli uomini bianchi. Usano pelli lavorate per coprire le parti intime e pellicce sul torso durante la stagione delle piogge. Solo alcune donne, più eccentriche, indossano occasionalmente gonne lunghe. Sono invece comuni copricapi variopinti, grandi anelli su collo, braccia e caviglie, e ornamenti come fori su naso e orecchie. Camminano abitualmente scalzi sul terreno fangoso della giungla, ricorrendo a calzature rudimentali solo su terreni difficili.
La giungla è l’ambiente in cui i qwaylar vivono al meglio e da cui ricavano tutte le risorse necessarie. Le attività principali sono caccia, pesca, lavorazione delle pelli e del legno, sempre nel rispetto della natura. I più pazienti e devoti a Mami Tata raccolgono radici ed erbe utili, mentre donne ed esperti coltivano piccoli spazi per ottenere frutti.
Gli scambi avvengono quasi esclusivamente tramite baratto. Spesso, però, i membri del villaggio si aiutano spontaneamente, senza chiedere nulla in cambio, poiché il bisogno individuale è percepito come collettivo.
Attraverso il baratto, i qwaylar commerciano anche con gli uomini bianchi. Pur conoscendo il valore delle monete, i “dischi gialli”, non ne condividono l’importanza e li accettano solo raramente.
La visione animistica dei qwaylar li porta a misurare il tempo attraverso i segni degli Spiriti. Sole e luna sono considerati Spiriti Minori: Shoixal e Lhuixan, fratelli figli di Hebieso. Il loro movimento nel cielo è scandito in “passi”, equivalenti alle ore. Un intero percorso del sole rappresenta un giorno, una “danza” della luna un mese, mentre il viaggio congiunto dei due segna l’anno.
Per indicare frazioni di tempo più brevi, usano l’espressione “giri di Buccia”, riferendosi a un gorilla del villaggio di Waka Nui che era solito muoversi attorno al fuoco sacro.
La vita qwaylar è regolata da tre codici non scritti: il Volere degli Spiriti, il Volere degli Antichi e la Legge della Giungla.
riguarda il rispetto verso Mawu e le entità spirituali: bestemmiare, non pregare, tradire la fede o uccidere nel primo giorno della settimana sono colpe gravissime.
racchiude i precetti morali tramandati: non mentire, non rubare, non essere oziosi.
disciplina i rapporti sociali: omicidio, tradimento, disobbedienza agli anziani, furto e altri reati gravi vengono puniti severamente, così come le infrazioni degli stranieri.
Le colpe contro i primi due codici saranno giudicate dopo la morte da Sakapta. Nel frattempo, il colpevole viene emarginato e disonorato. Le violazioni della Legge della Giungla sono invece giudicate dagli anziani, con pene che possono includere morte, tortura, esilio, mutilazione o risarcimenti.
Nella tribù qwaylar il matrimonio è in genere monogamico: un uomo e una donna uniti e riconosciuti dalla comunità, con l’unica eccezione degli anziani più autorevoli, ai quali è concesso avere concubine, considerate parte allargata della stessa famiglia. La famiglia è il nucleo di base ma vive sempre dentro il villaggio, dove il bisogno di uno diventa il bisogno di tutti e la cura di figli e genitori è responsabilità collettiva. La procreazione e la protezione dei propri cari sono atti sacri, legati a Snu Snu, Spirito della procreazione, della famiglia e della protezione, e mettere al mondo e crescere figli è visto come un dovere spirituale verso Mawu e gli Spiriti.
Per un qwaylar fedele ai precetti, la morte è un momento di gioia, poiché rappresenta il ritorno a Mawu. Chi invece non ha rispettato le leggi viene punito da Sakapta. Secondo la tradizione, ogni vita è legata al Grande Albero Kuu Maisha: quando la foglia associata a una persona cade, essa muore e la sua anima viene giudicata. Talvolta, spiriti possono tornare nel mondo dei vivi o nei sogni con compiti specifici. In alcuni casi, i qwaylar consumano il corpo di un nemico rispettato per assorbirne le qualità. I defunti vengono sepolti, conservati in grotte o affidati agli elementi. I bambini morti prematuramente e gli uomini straordinari vengono trasformati in stelle da Mawu.
I qwaylar celebrano gli Spiriti anche attraverso pitture corporee. In guerra, caccia o incontri importanti, disegnano simboli legati agli Spiriti, convinti che conferiscano potere. I colori derivano da bacche lavorate e applicati incidendo la pelle con denti affilati, in un rituale sacro praticato soprattutto dagli anziani.